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giovedì 4 aprile 2013

Giovanni di Brienne

Giovanni di Brienne
Armi di Giovanni di Brienne 
in una miniatura della Historia Anglorum di Matthew Paris, XIII sec.


Figlio secondogenito di Erardo II, conte di Brienne, Giovanni nacque intorno al 1158 ed era destinato ad essere avviato alla carriera ecclesiastica ma preferì farsi cavaliere.
Quando nel 1208 Maria di Monferrato, regina di Gerusalemme, figlia di Isabella I di Gerusalemme e di Corrado del Monferrato, compì diciassette anni, giungendo, così, in età da marito, un'ambasceria guidata da Florent, vescovo di Acri, e da Aimaro, signore di Cesarea, si recò presso la corte di Francia per chiedere consiglio al re, Filippo Augusto, sul possibile candidato.
La scelta, approvata da papa Innocenzo III, cadde sull'allora sessantenne e squattrinato Giovanni di Brienne a cui il sovrano e il pontefice costituirono una dote di 4.000 marchi d'argento.
Giovanni di Brienne sbarcò ad Acri il 13 settembre ed il giorno successivo il patriarca Alberto lo unì in matrimonio a Maria. Il 3 ottobre la coppia fu incoronata nella cattedrale di Tiro.
Nel 1212, dopo aver dato alla luce la figlia Jolanda, la giovane regina morì di febbre puerperale e Giovanni mantenne il potere nelle vesti di reggente per conto della figlia.
Nel 1214 sposò Etiennette, figlia di Leone II d'Armenia, che lo lasciò nuovamente vedovo nel 1219.

La Quinta Crociata

Nell'ottobre del 1217 si tenne ad Acri il consiglio di guerra con i comandanti crociati appena giunti in Terrasanta in risposta all'indizione di una nuova crociata fatta da papa Innocenzo III nel 1213 con la bolla Quia Maior e ratificata dal IV Concilio lateranense (1215). Oltre a Giovanni di Brienne vi parteciparono i i re Andrea II di Ungheria e Ugo I di Cipro e il duca d’Austria Leopoldo VI di Babenberg nonché i Gran Maestri dei tre Ordini militari e venne stabilito che il primo obiettivo della crociata sarebbe stato la città di Damietta sul delta del Nilo.
Tuttavia, tra defezioni e nuovi arrivi, i primi contingenti crociati sbarcarono nei pressi di Damietta soltanto nel maggio del 1218.
Il 24 agosto il duca Leopoldo VI guidò l'assalto decisivo alla torre sul Nilo che presidiava l'unico canale navigabile. Presa la torre, la catena che sbarrava il canale fu tagliata e le navi crociate poterono risalire il fiume fin sotto le mura della città.

Cornelis Claesz Van Wieringen, La cattura di Damietta, 1625
 Frans Hals museum, Haarlem

Intimoriti dalle fortificazioni e indeboliti dalla defezione dei contingenti frisoni i crociati non approfittarono dello scompiglio seminato tra le file nemiche dalla morte del sultano Safedino (il fratello del Saladino morì il 31 agosto) e preferirono attendere i rinforzi.
A metà settembre giunse a Damietta il legato pontificio cardinale Pelagio Galvani al comando della spedizione papale e subito pretese il comando di tutto l'esercito a scapito di Giovanni di Brienne.
Nel mese di ottobre il sultano del Cairo al-Malik al-Kamil lanciò due attacchi contro il campo cristiano che furono respinti grazie all'energia di Giovanni.

Dopo diversi scontri, al-Malik al-Kamil concentrò le forze a difesa delle sue posizioni (e quindi a proteggere Damietta) più che proseguire nel tentativo di ricacciare l'esercito crociato.
Costruì barricate e opere di difesa e affondò anche alcune delle sue navi per impedire a quelle cristiane di risalire il Nilo e avvicinarsi alla città.
I Crociati avevano il loro campo sulla riva occidentale del fiume e non potevano assediare la città dalla parte di terra se non attraversandolo, ma questo era arduo e pericoloso, visto che il Sultano del Cairo aveva posto il suo campo ad al-Adiliya sulla riva opposta del fiume.

A novembre era chiaro che i Crociati non sarebbero stati in grado di farsi strada attraverso il Nilo; quindi cercarono di riaprire un canale che era stato abbandonato da tempo. Il loro piano era quello di navigare fino ad un punto ben al di sopra di Damietta e quindi attaccare la città da due lati.
Riuscirono a dragare il canale, quando improvvisamente furono colti da una violenta tempesta che allagò il loro campo.
All'alba del 5 febbraio 1219 il campo crociato fu raggiunto dalla notizia che il sultano con tutto l'esercito aveva abbandonato il campo nella necessità di fronteggiare un sommovimento interno. Il cardinale Pelagio diede quindi l'ordine di avanzare e impadronirsi del campo egiziano di al-Adiliya che fu preso respingendo una sortita della guarnigione della città. Damietta era adesso completamente isolata.

Il giorno della Domenica delle Palme, l'esercito egiziano attaccò i campi crociati ma fu ricacciato con gravi perdite.
Verso la fine di agosto S.Francesco d'Assisi raggiunse l'esercito crociato e chiese al cardinale Pelagio il permesso di recarsi dal sultano per una missione di pace insieme a Fra Illuminato. Nell'intento di convertire il sultano alla religione cristiana Francesco propose di sottoporsi ad un'ordalia con il fuoco - quest'ultima circostanza è però riportata solo da San Bonaventura (Legenda maior, IX, 1265) - ma il sultano rifiutò e dopo averlo ascoltato lo rimandò al campo cristiano con una scorta d'onore.

Giotto, San Francesco davanti al Sultano, 1325 c.ca 
Cappella Bardi, Basilica di S.Croce, Firenze

Verso la fine di ottobre al-Kamil, stimando difficile difendere ulteriormente Damietta, avanzò una proposta di pace molto vantaggiosa: offrì Gerusalemme, la restituzione della Vera Croce sottratta ai cristiani nella battaglia di Hattin, tutta la Palestina centrale e la Galilea, conservando soltanto le fortezze d'Oltregiordano per le quali avrebbe comunque pagato un tributo annuo, in cambio della ritirata dell'esercito crociato da Damietta.
Giovanni di Brienne e i baroni crociati d'Occidente erano favorevoli ad accettare queste condizioni. L'assedio si protraeva infatti infruttuosamente da diciassette mesi e le defezioni nel campo cristiano, solo parzialmente compensate dai nuovi arrivi, erano continue, senza contare che, accettando, avrebbero ottenuto la liberazione dei luoghi santi. Il cardinale Pelagio, sostenuto dai tre Ordini militari che stimavano Gerusalemme indifendibile senza le fortezze d'Oltregiordano, riuscì però ad imporre il rifiuto della proposta di pace.

La notte del 5 novembre, il cardinale ordinò l'attacco generale. Diluviava con fitti tuoni e lampi, nessun rumore si udiva né sopra le mura, né dentro la città, i crociati scalarono il muro esterno e poi quello interno senza quasi incontrare resistenza, due porte furono aperte e la città fu presa.
La fame e le epidemie avevano lavorato per l'armata cristiana: degli originari 70.000 abitanti i crociati non ne trovarono in vita che 3.000 affamati e moribondi.

Henri Delaborde, La presa di Damietta, 1839
 castello di Versailles, Sala delle Crociate

Re Giovanni, sostenuto dai baroni e dagli Ordini militari, pretese che la città venisse annessa al Regno di Gerusalemme ed il cardinale Pelagio, che intendeva reclamarla per la Chiesa, fu costretto a cedere.
Nello stesso mese i crociati presero e saccheggiarono, trovandola sguarnita, anche la città di Tanis, all'estremità orientale del lago Manzaleh.

Denaro fatto coniare da Giovanni di Brienne durante l'occupazione di Damietta.
Al recto la testa coronata del re circondata dalla scritta Johannes rex, al verso la croce con la scritta Damieta.

Nel febbraio del 1220 Giovanni di Brienne, a seguito dei continui contrasti con il cardinale, lasciò Damietta e si ritirò ad Acri con le sue truppe ed il cardinale rimase da solo alla guida dell'esercito.
Nella primavera del 1221 l'arrivo di Federico II alla testa di un grande esercito sembrava imminente ed arrivò, inviato dall'imperatore, Ludovico di Baviera alla testa di un forte contingente di crociati tedeschi. Pelagio rifiutò una rinnovata proposta di pace del sultano e riuscì a convincere i comandanti crociati a muovere verso il Cairo, questi posero come unica condizione che re Giovanni fosse richiamato al comando della spedizione.
Il 6 luglio Giovanni raggiunse Damietta con i suoi cavalieri ed il 12 l'esercito crociato mosse verso sud.
Il 20 fu presa Sharimshah dove Giovanni intendeva fermarsi: era prossima infatti l'epoca dell'esondazione del Nilo e l'esercito damasceno si stava avvicinando.


Pelagio insistette per una ulteriore avanzata ed il 24 luglio l'esercito si schierò lungo il canale al-Bahr -al-Saghir, adesso inondato dalla piena del Nilo e facile da difendere, di fronte all'esercito egiziano trincerato ad al-Mansurah. Le navi egiziane discesero il Nilo e trasportarono parte delle truppe alle spalle dei crociati tagliando la ritirata verso Damietta.
A metà agosto il cardinale si rese conto che l'esercito crociato era circondato da forze superiori ed a corto di viveri e diede l'ordine di ritirarsi.
La notte del 26 iniziò la ritirata ma il sultano diede ordine di aprire le chiuse del Nilo che inondò le terre basse che i crociati dovevano attraversare rendendone difficoltosa la marcia e pressochè inutilizzabile la cavalleria pesante che era la loro arma migliore. Nel frattempo il sultano lanciò all'assalto la cavalleria leggera turca e la fanteria nubica che furono respinti da Giovanni a prezzo di gravi perdite.
Il 28 agosto, il cardinale, che era stato trasportato dalla piena del Nilo sulla sua nave oltre le linee nemiche, inviò al sultano dei messaggeri di pace offrendo Damietta in cambio della possibilità di ritirarsi verso la Palestina.
Contro il parere dei suoi comandanti, il sultano accettò la proposta e l'8 settembre 1221 fece il suo ingresso in Damietta. La quinta crociata si era conclusa senza alcun esito.
***

Per spingere ulteriormente l'imperatore Federico II verso la Crociata e per costringerlo ad andarvi personalmente, papa Onorio III gli offrì la corona del regno di Gerusalemme se avesse preso in moglie Jolanda, figlia di Maria di Gerusalemme e Giovanni di Brienne e legittima erede al trono.
I Gran Maestri dei tre Ordini militari, soprattutto Ermanno di Salza, GM dell'Ordine teutonico, il Patriarca di Gerusalemme, Rodolfo di Mérencourt, ed il re Giovanni di Brienne, che si trovavano in Italia, e più precisamente in Campania, per trattare gli aiuti al Regno di Gerusalemme, erano molto favorevoli a questo matrimonio, immaginando di poter ottenere in questo modo l’aiuto e la protezione del più potente monarca dell’Occidente.
Federico II accettò il matrimonio e di conseguenza il regno di Gerusalemme e promise di difenderlo ma chiese al papa di rinviare ancora di due anni la partenza per la Terrasanta, giustificandosi con le grandi difficoltà che aveva nel radunare l’esercito dei Crociati e con la necessità di aspettare che la tregua conclusa con i musulmani si fosse estinta, prima di ricominciare la guerra.

Nell’agosto del 1225 quattordici navi imperiali raggiunsero San Giovanni d’Acri; queste accompagnavano Giacomo, allora ancora vescovo di Patti, che celebrò immediatamente il matrimonio per procura dell’Imperatore Federico II con Jolanda di Brienne.
Le navi imperiali ripartirono quindi verso Brindisi, accompagnando Jolanda, suo padre Giovanni di Brienne e diversi membri della famiglia reale. Le navi giunsero a Brindisi il 9 novembre 1225 dove, con la benedizione del clero e l’acclamazione del popolo, nello stesso giorno venne celebrato ufficialmente il matrimonio nella cattedrale.
Il giorno successivo, Federico II privò Giovanni di Brienne della reggenza del Regno di Gerusalemme, nonostante le promesse fattegli con le quali gli aveva dichiarato che lo avrebbe lasciato regnare fino alla sua morte.

Il papa affidò allora a Giovanni, come parziale compensazione, l'amministrazione dei beni papali in Toscana e nel 1227, sotto il pontificato di Gregorio IX, ebbe il comando della spedizione papale contro le Puglie governate dall'ex suocero.

Nel 1228 I baroni latini di Costantinopoli avevano bisogno di un reggente per il giovane re Baldovino II di Courtenay, salito al trono appena undicenne. La scelta cadde su Giovanni di Brienne.
Nel 1234 Baldovino sposò Maria di Brienne, figlia di Giovanni e della sua terza moglie Berenguela di Leon (1), rafforzando la posizione di Giovanni.
Nel 1236, nonostante l'età avanzata, prese il comando delle esigue forze che difendevano la città e riuscì a respingere l'attacco congiunto dei bulgari dello zar Ivan Asen e dei niceni di Giovanni III Dukas Vatatzes.

Giovanni di Brienne morì il 27 marzo del 1237 mentre Baldovino II si trovava in Europa alla ricerca di fondi e uomini per puntellare il traballante impero latino. Si dice che Giovanni, poco prima di morire, ricevette a Costantinopoli da Fra Benedetto d'Arezzo, il Ministro provinciale francescano per la Terrasanta e l'Oriente, gli abiti di terziario dell'ordine.

(1) Giovanni aveva sposato in terze nozze Berenguela di Leon, figlia di Alfonso IX di Leon e Berenguela I di Castiglia, nel 1224 a Toledo, nel corso del suo pellegrinaggio a Santiago di Compostela.


Il monumento funebre della Basilica inferiore di Assisi

 
La tomba è contornata agli angoli laterali del basamento, sporgente di circa mezzo metro e quasi ad altezza d'uomo, da otto piccole figure a tutto tondo, inequivocabili immagini di apostoli scolpite nel marmo (due sono andate purtroppo perdute, ma è del tutto certa la loro originaria presenza).
Molto probabilmente il monumento funebre è stato spostato nel corso del tempo e la sua conformazione attuale risulta dal riassemblaggio dei materiali originari. Originariamente doveva trovarsi infatti qualche metro a lato dell'attuale, sotto un grande arcone ogivale addossato alla parete della chiesa.
E' attribuito a Ramo di Paganello (scultore senese del XIII-XIV secolo) e/o Rubeus e databile al periodo in cui il primo era capomastro dell'opera del Duomo di Orvieto (1302-1310) ed il secondo risulta essere stato alle sue dipendenze.

Al centro del monumento due angeli tirano i capi (o forse accostano) di una leggerissima tenda dietro a cui è disteso il corpo del defunto, la cui lunga veste è stata tuttavia inspiegabilmente riscalpellinata in malo modo, scoprendo i piedi già di per sé molto evidenti.
Una figura guantata, che non sembra né uomo né donna, forse proprio un angelo col suo sorriso giovanile e quasi beffardo, ma non irriverente, siede in una singolare ed allusiva positura, con una gamba accavallata sopra all'altra, accoccolato sopra un grosso leone ruggente. Questo singolarissimo ed indecifrabile angelo occupa il secondo ripiano, immediatamente sovrapposto al baldacchino funebre, con accanto, più incassata nell'ombra, una madonna col bambino ritto in piedi, e, tra le due bellissime sculture, un sepolcro rettangolare in pietra rosso scura, ben sagomato nella sua spazialità concreta e riposto nell'ombra più fitta.
Le armi scolpite alla base del monumento sono state identificate con quelle di Filippo di Courtenay, figlio dell'imperatore latino di Costantinopoli Baldovino II di Courtenay e di Maria di Brienne, che fu imperatore titolare di Costantinopoli (1273-1283) e morì a Viterbo nel 1283.

Il monumento compare per la prima volta nelle fonti scritte nel 1418 dove è citato come tomba dell'imperatore di Costantinopoli. L'imperatore di Costantinopoli è spesso identificato in Giovanni di Brienne che probabilmente conobbe San Francesco a Damietta (1219-1220) nel corso della Quinta Crociata e presenziò alla sua canonizzazione ad Assisi nel 1228. Nella sua De Conformitate Vitae Beati Francisci ad Vitam Domini Iesu (1325 c.ca), Fra Bartolomeo da Pisa riporta inoltre che Giovanni, poco prima di morire (1237), si fece terziario francescano e fu sepolto ad Assisi. Dopo la caduta dell'impero latino di Costantinopoli (1261), la figlia Maria, che riparò insieme al marito presso la corte angioina di Napoli, potrebbe aver portato con sé le spoglie del padre o parte di esse.

Statua funeraria attribuita a Maria di Brienne, XIII secolo
 Basilica di S.Denis, Parigi








sabato 23 marzo 2013

La tomba di Jolanda di Brienne

La tomba di Jolanda di Brienne (Isabella II di Gerusalemme)


La cattedrale di Andria

Isabella II erede al trono del Regno di Gerusalemme, conosciuta come Jolanda di Brienne, nacque nel 1212 dal matrimonio della regina di Gerusalemme, Maria di Monferrato, che morì di febbre puerperale poco dopo averla data alla luce, e Giovanni di Brienne.
Nell'agosto del 1225 ad Acri fu unita in matrimonio per procura all'imperatore Federico II dal vescovo Giacomo di Patti; le nozze furono celebrate a Brindisi il 9 novembre dello stesso anno.
Il 5 maggio del 1228, non ancora diciassettenne, dieci giorni dopo aver partorito il figlio Corrado, morì di setticemia ad Andria e fu sepolta nella cattedrale cittadina (Riccardo di San Germano, Chronica).
Gli storici dell'epoca riportano inoltre che anche la terza moglie di Federico II, Isabella d'Inghilterra, che morì a Foggia nel dicembre del 1241, fu per volere dell'imperatore, seppellita ad Andria accanto a Jolanda.
 
Morte di Jolanda di Brienne
da un'edizione miniata acritana del XIII secolo della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo di Tiro e continuatori
Biblioteca Nazionale Francese, Parigi
Le tombe delle imperatrici caddero però nel dimenticatoio: nel XVIII secolo non c'è più traccia di esse. Si consolida però la tradizione che siano nella cripta della Cattedrale, usata come ossario e resa quindi inaccessibile.
Nel 1904, in vista della visita dell'imperatore Guglielmo II, fu intrapreso lo sterro della cripta che rivelò l'esistenza di una chiesa a due navate con abside semicircolare, che non può essere stata costruita come cripta della chiesa soprastante, ma che è piuttosto una costruzione antecedente e a sé stante; solo l’ultimo pilastro prima dell'abside si è conservato e su di esso i resti di una pittura murale, un'immagine del Cristo benedicente, sotto cui è stato sistemato l’altare.


La chiesa è preceduta da un atrio, meglio conservato.Tutti i particolari sono qui originali e sono testimonianza della rozzezza di un tempo: assenza di ornamenti scultorei, mancanza di capitelli, né basi, ad eccezione di due frammenti, portati visibilmente da lontano, un capitello romano del tutto rovinato ed un altro bizantino, usato come base. Per poter stabilire la data ricaviamo solo da quest'ultimo l’indizio che la costruzione non può essere stata eseguita prima del VII secolo; probabilmente è della fine del primo millennio.
Nel pavimento della chiesa , accostate alle pareti dell'atrio, furono trovate due tombe, fra loro molto simili e della stessa epoca. Sono formate di lastre di pietra calcarea, di forma lievemente trapezoidale, ed hanno nella parte inferiore (quella dove poggia il corpo) una speciale scanalatura rettangolare per la testa del cadavere.

Le due lastre rialzate, lungo le pareti sud ed ovest dell'atrio, sono identificate con le tombe delle imperatrici

Lo sgombero completo della cripta ha portato alla luce anche un gran numero di frammenti scultorei e blocchi di tufo dipinti. Sembrano resti di molti monumenti diversi che, in parte, possono essere pervenuti nella chiesa sottostante come massa di detriti o materiale da costruzione.




Un tutto unitario è costituito soltanto da una serie di blocchi di pietra calcarea. Si tratta di tre pezzi angolari di un baldacchino ricoperto da una volta a crociera. Le curve delle arcate sono ornate di fregi, due di essi si incontrano in un pezzo angolare; negli altri un lato é lasciato non decorato.
Vi si riconosce subito la forma di un baldacchino, ornato su tre lati, la cui parte posteriore, non lavorata, era accostata alla parete. Manca solo il quarto pezzo angolare (quello anteriore) ed anche i fregi continui ad archetti sono incompleti.
L'ornamento è molto semplice: sulla parte anteriore un tralcio ondulato con rosoni, a destra ovuli intrecciati, in cui sono poste a coppie delle aquile vicino ad una palmetta a fogliame, a sinistra un viticcio con dentro alternati ora un'aquila, ora un quadrupede.
Per le caratteristiche del loro stile questi fregi appartengono probabilmente alla prima metà del XIII secolo.
Nel 1992 i due sarcofagi furono nuovamente aperti dal prof. Gino Fornaciari, docente dell’Università di Pisa ed esperto di mummie dei principi svevi e aragonesi e nelle urne furono trovate le ossa di una quindicina di individui, quasi fossero diventate “tombe comuni.”
Tra quei resti Fornaciari ne individuò alcuni appartenenti a due donne dell’età delle due imperatrici.
La tradizione, il fatto di essere due e la posizione in luogo privilegiato parlano a favore di una identificazione delle due tombe con quelle delle imperatrici. Anche la forma delle tombe contribuisce a sostenere questa supposizione.
Per contro le dimensioni dei pezzi angolari del baldacchino e delle linee d'imposta della volta  rivelano che la pianta di questo baldacchino era approssimativamente quadrata, cosa che non si addice affatto ad un monumento sepolcrale, e che la sua lunghezza laterale era più corta di una delle tombe. A ciò va aggiunto il fatto che materiale e caratteristiche stilistiche sembrano non proprio degni di una tomba imperiale.



sabato 2 marzo 2013

La Porta d'oro di Gerusalemme

La Porta d'oro di Gerusalemme


 La Porta d'oro si apriva sul lato orientale della spianata del Tempio ed è la più antica delle porte di Gerusalemme. Secondo alcuni studiosi la porta attualmente visibile risalirebbe all'epoca di Giustiniano (520 circa), secondo altri sarebbe invece stata costruita da maestranze bizantine al servizio dei califfi omayyadi alla fine del VII secolo. Sono stati comunque ritrovati resti di una porta più antica, risalente all'epoca del secondo Tempio (515 a.C).
Secondo la tradizione ebraica, quando il Tempio fu distrutto, la presenza divina (Shekhinah), che dimorava nel Sancta Sanctorum, se ne andò attraverso la Porta d'oro e proprio da lì rientrerà quando il Tempio sarà riedificato.
Secondo la tradizione cristiana lo stesso avverrà con il Secondo Avvento di Cristo mentre i Vangeli riportano come Gesù già fece attraverso questa porta il suo Ingresso in Gerusalemme (Baioforos) il giorno della Domenica delle Palme.

Ingresso a Gerusalemme, Monastero di Dafni, XI sec.

Gli Atti degli Apostoli (III, 1-8) collocano presso questa porta la guarigione di uno storpio ad opera di San Pietro:

Un giorno Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio.
Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita e lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta "Bella " a chiedere l'elemosina a coloro che entravano nel tempio.
Questi, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, domandò loro l'elemosina.
Allora Pietro fissò lo sguardo su di lui insieme a Giovanni e disse : "Guarda verso di noi".
Ed egli si volse verso di loro, aspettandosi di ricevere qualche cosa.
Ma Pietro gli disse : "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina !".
E, presolo per la mano destra, lo sollevò . Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e balzato in piedi camminava ; ed entrò con loro nel tempio camminando , saltando e lodando Dio .

Nel testo greco la porta è indicata con il termine tecnico specifico di Oraia (Ωραια=bella), ossia quella porta che si trovava non all'entrata del recinto sacro, com'è oggi, bensì all'interno e precisamente nell'Atrio delle donne. Una cattiva traduzione dal greco al latino deve aver fatto nascere, per assonanza della parola oraia con aurea, la denominazione di Porta d'oro.
Il vangelo apocrifo dello pseudo-Matteo (VIII-IX sec.) riprende questa denominazione e vi situa L'incontro tra Gioacchino ed Anna, dopo aver ricevuto dall'angelo l'annunciazione della nascita di Maria.


Dopo che da trenta giorni erano in cammino per ritornare e ormai vicini all'arrivo, l'angelo del Signore apparve ad Anna mentre se ne stava ritta in preghiera, e le disse: "Va ora alla porta che è detta Aurea, fatti incontro a tuo marito, oggi infatti verrà da te".
(Vangelo dello pseudo-Matteo, 3,5)

Incontro di Gioacchino e Anna davanti alla Porta d'oro
 chiesa della Theotokos, Trykomo, Cipro, primi XII sec.
 
Attraverso questa porta fece il suo ingresso nel 627 l'imperatore Eraclio (610-641), alla testa della processione che restituiva alla basilica del Santo Sepolcro la reliquia della Vera Croce trafugata dal re persiano Cosroe nel 614 (cfr. La leggenda della Vera Croce)

La Porta d'oro fu probabilmente definitivamente murata nel 1541 - in parte per ragioni difensive ed in parte per motivi connessi alle profezie messianiche - durante la ristrutturazione delle mura voluta da Solimano il magnifico, ma già in epoca crociata (XI-XII sec.) veniva aperta soltanto una volta l'anno, il giorno della Domenica delle Palme.
La chiusura della Porta d'oro sembra comunque essere anche una antica tradizione che risale all'epoca del Primo Tempio, come è ricordato in Ezechiele (44,1-3):

"Mi condusse poi alla porta esterna del santuario dalla parte di oriente: essa era chiusa. Mi disse: 'Questa porta rimarrà chiusa: non verrà aperta, nessuno vi passerà, perché c'è passato il Signore, Dio d'Israele. Perciò resterà chiusa. Ma il principe, il principe siederà in essa per cibarsi davanti al Signore: entrerà dal vestibolo della porta e di lì uscirà.'"

I due archi gemelli della Porta d'oro ebbero inoltre due distinti nomi, nella tradizione islamica, quello a nord venne chiamato Porta del Pentimento, quello a sud (unitamente alla tradizione ebraica) Porta della Misericordia.
Il nome arabo della porta è infine Bab a-daharya (Porta della Vita eterna), a sottolineare come alla fine del mondo i morti seppelliti nelle vicinanze risusciteranno per non morire più.

venerdì 1 marzo 2013

Il sarcofago di Elena

Il sarcofago di Elena
di Nazzarena Gallerini

Sarcofago di Elena, Museo Pio-Clementino, Città del Vaticano

L’uso del porfido per i sarcofagi inizia in età costantiniana con pezzi riservati alla sola famiglia imperiale. Le prime realizzazioni di cui si ha conoscenza sono quelli dedicati a Costantina ed Elena, rispettivamente figlia e madre di Costantino.
Il sarcofago di Costantina (Costanza), deceduta nel 354 d.C. e sepolta in un sarcofago di porfido collocato al centro del Mausoleo a lei dedicato in Roma, subì nel corso degli anni diversi cambi di collocazione.
Durante il pontificato di papa Alessandro IV, più precisamente nel 1256, venne spostato vicino alla nicchia all’ingresso del Mausoleo, in seguito sotto Paolo II, nel 1467, fu collocato nel palazzo Apostolico.
Una decina di anni più tardi papa Sisto IV decise di ricollocarlo nuovamente nel suo Mausoleo dal quale papa Pio VI lo recuperò per collocarlo nel Museo Pio Clementino a Roma dove si trova tutt’oggi.
Il sarcofago di Elena, la cui salma fu spostata a Costantinopoli e collocata in un sarcofago che successivamente avrebbe accolto anche le spoglie di Costantino, proviene dal suo mausoleo a Tor Pignattara a Roma.
Le scene di tipo militare rappresentate su di esso hanno fatto pensare che in origine esso non fosse destinato a lei ma a Costanzo Cloro o al figlio Costantino.
Nel 1154 il sarcofago di Elena venne collocato nel palazzo Lateranense per poi subire altri spostamenti negli anni successivi.
Nel 1609, infatti, venne collocato vicino alla porta del Battistero di S. Giovanni in Laterano, mentre nel 1690 fu posizionato sotto il portico.
Nel 1788 giunse ai Musei Vaticani, ove si trova tutt’oggi, e qui fu sottoposto per nove anni a pesanti restauri.
Diversi frammenti di porfido conosciuti in varie collezioni si possono ricollegare per soggetto, stile e dimensione al sarcofago di Elena o ad un sarcofago dello stesso tipo.
Una testa barbata e un braccio sono conservati nei Magazzini dei Musei Vaticani, una testa di barbaro si può ammirare a Londra al Victoria and Albert Museum, mentre un’altra testa di barbaro, facente parte della collezione Del Bufalo, si trova a Roma.

 Braccio destro di cavaliere, Magazzini dei Musei vaticani (inv.52133)


Testa di uomo barbato, Magazzini dei Musei vaticani (inv.52132)



Testa di barbaro, Collezione Del Bufalo, Roma



Testa di barbaro, Victoria and Albert Museum, Londra

Probabilmente associabili al sarcofago di Elena sono anche tre teste maschili murate all’interno di un riquadro su di una parete del cortile di Palazzo Medici Riccardi a Firenze.

 
Teste elmate, Palazzo Medici Riccardi, Firenze

Bisogna inoltre ricordare la zampa anteriore sinistra di cavallo conservata al Museo Granet d’Aix-en-Provence proveniente dalla collezione Bourguignon de Fabregoules in parte formatasi in Italia alla fine del XVIII secolo.


Questa zampa, per lo stile e la resa dei dettagli anatomici, è molto simile agli arti dei cavalli del sarcofago di Elena. La posizione dell’arto, infatti, corrisponde alla cavalcatura dei primi due cavalieri che si dirigono verso sinistra.
L’inventario del Museo Granet ci indica che questa zampa è stata trovata negli scavi sotterranei del Vaticano a Roma.
Un braccio, proveniente dallo stesso scavo e che apparteneva anch’esso al Museo Granet, ha portato a pensare che, forse, questi frammenti nel corso del restauro subito dal sarcofago di Elena non sono stati ricollocati o furono scartati.

Bibliografia:
P.Malgouyres, Porphyre: La pierre pourple des Ptolémées aux Bonaparte, Paris, 2003.
N.Gallerini, Sarcofagi in porfido di età tardoantica, tesi di laurea, Facoltà di studi umanistici, Univerità degli studi, Milano, 2012



martedì 12 febbraio 2013

La conquista di Gerusalemme, 1099

La conquista di Gerusalemme, 1099

Deus vult! (Urbano II, Discorso al Concilio di Clermont, 27 novembre 1095)

Francesco Hayez, Papa Urbano II sulla piazza di Clermont predica la prima Crociata, 1835
Fondazione Cariplo, Milano

Il 7 giugno del 1099 l'esercito crociato raggiunse Gerusalemme.
Come ad Antiochia la città fu posta sotto assedio, probabilmente i crociati stessi soffrirono più dei cittadini di Gerusalemme, a causa della carenza di cibo ed acqua attorno alla città.
Il governatore fatimide di Gerusalemme, Iftikhar al-Dawla, aveva espulso la maggior parte dei Cristiani e fatto avvelenare i pozzi e le sorgenti che si trovavano nei dintorni. L'unica fonte di acqua potabile era rimasta la Piscina di Siloam (localizzata nella parte inferiore del fianco meridionale del monte Ophel, a sud est e fuori dalle mura). La piscina, dove Gesù operò la guarigione di un cieco (Giovanni, IX,7), era alimentata delle acque della sorgente di Gihon, che venivano fatte affluire tramite due acquedotti ma era però alla portata degli archi dei difensori della città.

Degli stimati 7.000 cavalieri che avevano preso parte alla Crociata ne restavano solo 1.500 circa, insieme a forse 20.000 fanti dei quali 12.000 ancora in buona salute.
L'esercito crociato non aveva forze sufficienti a circondare la città.
Roberto di Normandia schierò le sue truppe lungo il muro settentrionale di fronte alla porta di Erode (Porta dei Fiori), alla sua destra Roberto di Fiandra, di fronte alla porta di Damasco (Porta della Colonna).
Goffredo di Buglione dispose i suoi dall'angolo nordoccidentale delle mura fino alla porta di Giaffa dove fu successivamente raggiunto da Tancredi d'Altavilla mentre Raimondo di Tolosa con i suoi provenzali presidiava il lato sudoccidentale delle mura dalla Torre di Davide al Monte Sion.



Le porte di Gerusalemme
Porta di Sion: il nome arabo di questa porta è Porta del Profeta David (Bab Nabi Daud), poiché  un tempo si riteneva che la tomba del Re David si trovasse sul Monte Sion a pochi passi da essa. La porta di Sion conduce direttamente al quartiere armeno ed a quello ebraico.

Porta di Sion
 
Porta del Leone: questa porta prende il nome dai leoni dello stemma araldico del Sultano Beybars (XIII sec.) che l'adornano. È anche chiamata Porta di Santo Stefano, dal primo martire cristiano che la tradizione vuole fosse stato lapidato qui vicino. La porta del Leone conduce alle piscine di Bethesda, alla via Dolorosa ed ai mercati.

I leoni di Beybars sulla Porta di S.Stefano
Porta di Erode: nonostante il suo nome, il famoso re della Giudea non ha avuto nulla a che fare con questa porta. In arabo ed in ebraico questa porta che guarda a nord e che conduce ai vecchi mercati della città, è chiamata Porta dei Fiori. Alcuni dicono che il nome derivi da una rosa intagliata sulla sua struttura. Tuttavia in arabo, una simile parola significa "si sono svegliati" e potrebbe riferirsi ad un vicino cimitero ed alla speranza della resurrezione.

Porta di Erode
 
Porta di Damasco: chiamata in arabo Bab el-Amud o Porta della Colonna, a causa della colonna che l'imperatore Adriano fece erigere al centro della piazza antistante ad essa.
E' la più imponente tra le porte di Gerusalemme e si affaccia anch’essa a settentrione ed ha preso il nome dalla grande città da cui arrivarono una volta i dominatori di Gerusalemme. Sotto la porta del XVI secolo, gli archeologi hanno scoperto parte della via di ingresso fatta costruire dall’Imperatore Adriano nel II secolo.
Porta di Giaffa: Questa era la destinazione dei pellegrini ebrei e cristiani che sbarcavano al porto di Giaffa, da cui il nome. Conduceva (e tuttora conduce) direttamente al quartiere ebraico e cristiano così come alle parti più popolari del mercato ed alla Torre di David, che era la cittadella di Gerusalemme.

Porta d'oro: vedi scheda.

Il 13 giugno un assalto diretto alle mura fu respinto dai fatimidi con gravi perdite per i crociati che non disponevano di macchine d'assedio né potevano costruirle per la penuria di materiali.

Il 17 giugno una flottiglia anglo-genovese al comando dei fratelli Embriaco attraccò nel porto di Giaffa, abbandonato dai fatimidi, portando viveri e materiali atti a costruire le macchine d'assedio.
Raimondo Pilet, un capitano provenzale al seguito di Raimondo di Tolosa, scortò i marinai ed il loro carico fino al campo crociato.

L'8 luglio, su suggerimento di un prete, Pietro Desiderio, che dichiarò di averlo ricevuto dallo spirito del defunto vescovo Ademaro (1), tutti i crociati, in processione e a piedi nudi, completarono un giro intorno alle mura della città, al fine di propriziarne la caduta.

L'assalto finale cominciò nella notte tra il 13 ed il 14 luglio. L'attacco principale avvenne lungo due direttrici, dal monte Sion verso la porta di Sion, guidato da Raimondo di Tolosa, e contro le mura settentrionali, guidato da Goffredo di Buglione. Alla testa di entrambe le direttrici d'attacco muovevano altrettante alte torri d'assedio mentre una terza più piccola fu impiegata in un'azione di disturbo contro l'angolo nordoccidentale delle mura.

Una delle due torri d'assedio utilizzate dai crociati nell'assalto finale raffigurata in un'edizione miniata acritana del XIII secolo della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo di Tiro e continuatori, Biblioteca Nazionale Francese, Parigi

La mattina del 15 la torre di Goffredo fu finalmente accostata alle mura nei pressi della porta di Erode e i crociati sfondarono penetrando in città mentre il governatore Iftikhar al-Dawla ancora fronteggiava le forze di Raimondo sulle mura meridionali.
Nel primo pomeriggio, il governatore si ritirò nella torre di Davide (la cittadella) offrendo a Raimondo la resa in cambio della sua vita e di quella dei suoi soldati. Raimondo accettò e occupò la torre. Il governatore ed i suoi uomini furono scortati fuori dalla città e fu loro consentito di raggiungere Ascalona.

(1) Ademaro di Monteil, vescovo di Le Puy, nominato legato pontificio da papa Urbano II durante il Concilio di Clermont (1095) e, in quanto tale, posto al comando della crociata, aveva esercitato un ruolo di mediazione tra i principi crociati ed era stato l'unico capo la cui autorità non venisse messa in discussione fino al momento della sua morte, a seguito di un'epidemia di tifo, il 1 agosto del 1098, poco dopo la presa di Antiochia.


sabato 9 febbraio 2013

Teodora Raulena


Teodora Raulena

Teodora Raulena nacque probabilmente nel 1240 nell’impero di Nicea e trascorse la sua infanzia durante il regno di Teodoro II Lascaris (1254-1258). Era la figlia primogenita di Giovanni Cantacuzeno e di Irene Paleologina, una delle sorelle del generale Michele Paleologo. Aveva tre sorelle: Maria, Eugenia e Anna. Il padre, Giovanni Cantacuzeno, ricoprì la carica di megas domestikos e comandante in capo dell’esercito niceno. Alla sua morte la madre Irene avrebbe seguito la prassi comune alle vedove aristocratiche e sarebbe diventata monaca, con il nome di Eulogia.
Nel 1256, all’incirca all’età di sedici anni, sposa Giorgio Muzalon, originario della zona, amico fidato dell'imperatore Teodoro II Lascaris, che lo elevò alla carica di protovestiario.
Nel mese di agosto del 1258 l'imperatore fu colpito da un attacco epilettico mortale, lasciando come erede il giovanissimo Giovanni. Per risolvere la questione della reggenza imperiale, in punto di morte, Teodoro fece giurare ai capi dell’aristocrazia fedeltà a Giorgio Muzalon, che nominò reggente dell’impero e tutore del piccolo Giovanni.
Ma la reazione dell'aristocrazia, emarginata da Teodoro II, non si fece attendere e ai primi di settembre, nel monastero di Sosandra (1) mentre attendeva al servizio funebre in onore dell'imperatore, Giorgio Muzalon fu massacrato insieme ai suoi due fratelli.
Di fronte a tanta violenza, orrore e totale mancanza di rispetto per la legge e per la religione, Teodora tentò di ribellarsi e protestare, ma lo zio Michele Paleologo, che era presente e probabilmente coinvolto nella congiura, le intimò di tacere, per evitare di essere coinvolta nel massacro.
Pochi mesi dopo, Michele, che godeva del sostegno dell'aristocrazia e del clero, venne issato sugli scudi ed incoronato a Ninfeo coimperatore (il giorno di Natale del 1258 o il primo gennaio del 1259).
Il 15 agosto del 1261 – dopo il fortunato colpo di mano con cui il generale Alessio Strategopulo aveva riconquistato Costantinopoli ai bizantini - Michele VIII Paleologo fu incoronato imperatore di Costantinopoli dal patriarca Arsenio nella cattedrale di Santa Sofia, mentre il legittimo erede Giovanni Lascaris, venne accecato e confinato in un castello sulla costa del Mar Nero.
Nello stesso anno diede la nipote Teodora in moglie a Giovanni Raul, che fu elevato anche alla carica di protovestiario, esponente di una delle famiglie dell'aristocrazia che lo aveva maggiormente sostenuto.
Teodora, che aveva un forte senso delle classi sociali, si sentì onorata di assumere, grazie al matrimonio con Giovanni Raul, il titolo di “protovestiaria” e di aggiungere alla lista dei suoi cognomi anche quello di Raulena.
Dal matrimonio tra Giovanni e Teodora nacquero due figlie: Irene Raulena Paleologina, il cui nome ricordava la nonna, e Anna Comnena Raulena Strategopulina.
Dopo aver servito fedelmente l’imperatore Michele VIII, portando avanti campagne militari nel nord della Grecia e cercando di riportare nel'orbita dell’impero le province ribelli della Tessaglia e dell’Epiro, Giovanni Raul morì nel 1274 circa.
A questa data risale anche la decisione di Teodora di diventare monaca. Seguendo l’esempio della madre, si ritirò in convento e assunse il nome di Kiriake.

Dopo il 1274 i rapporti tra Michele VIII e la sorella Irene (Eulogia) e la nipote Teodora (Kiriake) s'incrinarono bruscamente. Le due monache si schierarono infatti sul fronte antiunionista che si opponeva alla politica di unione delle chiese perseguita dall'imperatore. Lo stesso patriarca Arsenio che lo aveva incoronato lo scomunicò, accusandolo di aver fondato il suo regno sull'eliminazione criminosa del legittimo erede al trono e fu rimosso con un pretesto dall'imperatore.
La ratifica dell’unione da parte dell’imperatore durante il II Concilio di Lione (febbraio 1274) e il ritorno della delegazione greca a Costantinopoli scatenarono la rabbia antiunionista, che esplose in agitazioni di vaste proporzioni.
Irene e le sue figlie Anna, Maria e Teodora divennero il cuore dell'opposizione. Maria, moglie dello zar bulgaro Costantino Tich (1257-1277) e poi del suo successore Ivaylo (1278-1279) e Anna, moglie del despota d'Epiro Niceforo I (1267-1296), diffusero una propaganda politica, che denunciava l’imperatore Michele VIII e i suoi sostenitori come eretici (2). Entrambe impegnandosi ad accogliere i rifugiati, perseguitati dal regime del Paleologo, nei rispettivi territori.
Teodora, invece, rimase accanto alla madre a Costantinopoli e, dalla reclusione del convento, tentarono insieme di opporsi in tutti i modi alla politica unionista e al regime di terrore instaurato da Michele per imporre l'unione con la forza (cfr. affresco nella chiesa delle Blachernae a Arta).
Anche Teodora e la madre furono arrestate come sobillatrici, bandite da Costantinopoli e rinchiuse nella fortezza di San Gregorio sul Mar Nero, dopo aver subito la confisca di tutti i beni.

Durante questo periodo di esilio, Teodora compose un'opera dedicata ai fratelli monaci Teodoro e Teofane, detti Graptoi, perchè nel corso delle persecuzioni iconoclaste l'imperatore Teofilo (829-842) fece incidere con il ferro rovente sulla loro fronte dodici versi ingiuriosi. Traspare evidente in quest'opera il parallelismo tra coloro che furono vittime della persecuzione iconoclasta e la persecuzione subita da lei e dai suoi cari sotto il regime dello zio Michele VIII.

S.Teofane Graptos, chiesa del Salvatore in chora, Costantinopoli, 1316-1321

Ben presto ad ogni modo anche il papato si rese conto che l’unione era un inganno e una strategia politica, tanto che nel 1281 Papa Martino IV scomunicò Michele VIII , rendendo l’unione insignificante.
Il figlio Andronico II, che gli successe al trono dopo la sua morte (11 dicembre 1282), con uno dei suoi primi atti di governo annullò l'unione e permise il rientro dei profughi e degli esiliati tra cui Teodora e la madre.
Poco dopo la pasqua del 1284, morì la madre Irene/Eulogia. Probabilmente risale a questo periodo il progetto di Teodora di restaurare il monastero dedicato a Sant’Andrea in Krisis, martire sotto le persecuzioni iconoclaste di Costantino V, ed adibirlo a propria residenza. Teodora viene infatti ricordata come la seconda fondatrice del monastero, anche se non è rimasta alcuna traccia della chiesa da lei fatta costruire.
Il monastero, trasformato da Teodora in convento femminile, non fu soltanto un luogo abitativo ma anche un centro culturale che le permise di concentrarsi sulla letteratura, sulla copiatura di manoscritti, incrementando una ricca biblioteca. Il monastero divenne una sorta di “atelier”, in cui Teodora riunì, sotto il suo patrocinio, esperti miniaturisti e copisti, a cui probabilmente vanno attribuiti una serie di Lezionari, Vangeli e Salteri, dalle decorazioni estremamente raffinate.
L’amico più influente dal punto di vista culturale e personale fu in questo periodo della sua vita Gregorio II di Cipro che ricoprì la carica patriarcale da 1283 al 1289.
Teodora si spense il 6 dicembre del 1300 e fu sepolta nel suo monastero.

Note:

(1) Dalle fonti scritte sappiamo che l'imperatore Giovanni III Ducas Vatatze (1222-1254) fece costruire questo monastero sul monte Sipylos nei pressi di Magnesia (l'attuale Manisa) con l'intento di farne il luogo di sepoltura della dinastia regnante. Le sue rovine non sono però mai state identificate.

(2) Sia il despota d'Epiro Niceforo I che lo zar bulgaro Costantino Tich sposarono in prime nozze le figlie di Teodoro II, rispettivamente Maria e Irene Lascaris, ed in seconde nozze le sorelle di Teodora Raulena, Anna e Maria Cantacuzena.














venerdì 8 febbraio 2013

S.Andrea in Crisi

S.Andrea in Crisi


Si trova lungo il ramo meridionale della Mese, a poca distanza dalla Peribleptos, nell'attuale Koca Mustafa Paşa Caddesi.




Era il katholikon di un monastero probabilmente dedicato in origine a S.Andrea apostolo e solo dopo aver accolto le spoglie di S.Andrea di Creta, martirizzato per iconodulia nel 767, dedicato a quest'ultimo.
Nato a Creta nel sec. VIII S.Andrea praticò sin dalla gioventù una vita ascetica tanto dura da meritarsi l'appellativo di calibita (colui che vive in un tugurio). È dubbio se fu uno stilita in Creta, ma è certo che fu monaco.
Nel 767, nel pieno delle persecuzioni degli iconoduli volute da Costantino V Copronimo (741-775), Andrea, recatosi a Costantinopoli, entrò nel palazzo di San Mamas (1), dove Costantino giudicava i cultori delle immagini, e apostrofò arditamente l'imperatore con queste parole: «Tu dici, o imperatore, che noi adoriamo idoli; ma noi adoriamo e veneriamo queste icone perché fatte a immagine e somiglianza di Dio, che per noi si è fatto uomo». Costantino, non essendo riuscito a competere con Andrea sulla dottrina, ordinò che il monaco fosse rinchiuso in carcere, dopo averlo fatto crudelmente flagellare. L'indomani Andrea fu condotto dinanzi all'imperatore e, non piegandosi né a blandizie, né a minacce, venne abbandonato alla furia della plebaglia. Battuto a sangue per le vie di Costantinopoli, Andrea fu trascinato nel Forum Tauri e qui fu linciato, dopo che un pescatore gli aveva troncato il piede destro. Questo avvenne il 20 ottobre 767 e il corpo di Andrea fu gettato in una fossa comune in turpe compagnia di pagani e assassini, il toponimo "in crisi" (giudizio) è infatti probabilmente legato alla vicinanza del luogo di sepoltura dei criminali. Nottetempo le sue spoglie furono prelevate da un gruppo di fedeli e sepolte in terra consacrata.



La tipologia architettonica della chiesa - a pianta centrale cruciforme con cupola sostenuta da quattro colonne e doppio nartece, abside centrale e pastoforia - e quella dei capitelli a foglie d'acanto la fanno datare al VI sec.

capitello nell'esonartece

La prima notizia certa della sua esistenza è del 792, quando S.Filarete vi acquistò una tomba.
Il monastero fu probabilmente devastato durante l'occupazione latina e restaurato nel 1284 dalla nipote di Michele VIII, Teodora Raulena, monacatasi con il nome di Kiriake dopo la morte del secondo marito, il protovestiario Giovanni Raul (1274). Il monastero fu la sua residenza per circa quindici anni e alla sua morte vi fu tumulata. Di questo intervento tuttavia non restano tracce, quanto oggi visibile risale all'antica chiesa monastica. Qui nel 1321, alla morte del marito, il re serbo Stefano II Uros Milutin, si ritirò a vita monastica anche la figlia di Andronico II e regina di Serbia Simonide Paleologina.

La chiesa fu trasformata in moschea nel 1489 da Koca Mustafa Pasa, un cugino di Beyazit II.
La cupola crollò completamente nel 1766 a seguito di un terremoto ma fu ricostruita sul modello dell'originale bizantino.
In epoca ottomana la chiesa fu fortemente rimaneggiata. A nord ed sud della cupola principale furono aggiunte due semicupole, traforate da tre grandi finestre, che dal di fuori sembrano abbaini, sì da creare l'impressione di trovarsi di fronte ad un impianto trilobato come nella chiesa del Profeta Elia a Tessalonica.

lato sud

 Lungo il lato settentrionale fu addossata alla chiesa una galleria coperta da cinque cupole dove attualmente si trova l'ingresso principale.
Il nartece interno è diviso in tre campate. Quella a nord è coperta da una cupola ottomana. Quella centrale è sormontata da una volta a botte, mentre quella sud è sormontata da una volta a crociera ogivale. Le ultime due sono bizantine.
Il nartece esterno è diviso in cinque campate, le tre centrali corrispondenti a quelle del nartece interno. La campata centrale è coperta da una cupola centrale a scodella poggiante su pennacchi. Essa è separata dalle due campate intermedie da colonne addossate a lesene.

Nel cortile dell'attuale moschea è ancora visibile un cipresso tagliato da cui pende una catena che si dice servisse a riconoscere la malafede dei debitori. La catena veniva fatta oscillare tra due persone che affermavano dichiarazioni contraddittorie, e si diceva che la catena avrebbe colpito quello che stava dicendo la verità.

la cupola centrale e la semicupola meridionale

(1) Il palazzo di San Mamas fu fatto costruire dall'imperatore Leone I (457-474), dopo l'incendio che sconvolse Costantinopoli nel 469, sulla sponda europea del Bosforo, nell'attuale quartiere di Besiktas. Incendiato durante l'attacco dei bulgari del 813, sembra essere stato ricostruito giacchè è menzionato dallo pseudo-Codino (X secolo). Successivamente non se ne hanno più notizie.