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venerdì 1 marzo 2013

Il sarcofago di Elena

Il sarcofago di Elena
di Nazzarena Gallerini

Sarcofago di Elena, Museo Pio-Clementino, Città del Vaticano

L’uso del porfido per i sarcofagi inizia in età costantiniana con pezzi riservati alla sola famiglia imperiale. Le prime realizzazioni di cui si ha conoscenza sono quelli dedicati a Costantina ed Elena, rispettivamente figlia e madre di Costantino.
Il sarcofago di Costantina (Costanza), deceduta nel 354 d.C. e sepolta in un sarcofago di porfido collocato al centro del Mausoleo a lei dedicato in Roma, subì nel corso degli anni diversi cambi di collocazione.
Durante il pontificato di papa Alessandro IV, più precisamente nel 1256, venne spostato vicino alla nicchia all’ingresso del Mausoleo, in seguito sotto Paolo II, nel 1467, fu collocato nel palazzo Apostolico.
Una decina di anni più tardi papa Sisto IV decise di ricollocarlo nuovamente nel suo Mausoleo dal quale papa Pio VI lo recuperò per collocarlo nel Museo Pio Clementino a Roma dove si trova tutt’oggi.
Il sarcofago di Elena, la cui salma fu spostata a Costantinopoli e collocata in un sarcofago che successivamente avrebbe accolto anche le spoglie di Costantino, proviene dal suo mausoleo a Tor Pignattara a Roma.
Le scene di tipo militare rappresentate su di esso hanno fatto pensare che in origine esso non fosse destinato a lei ma a Costanzo Cloro o al figlio Costantino.
Nel 1154 il sarcofago di Elena venne collocato nel palazzo Lateranense per poi subire altri spostamenti negli anni successivi.
Nel 1609, infatti, venne collocato vicino alla porta del Battistero di S. Giovanni in Laterano, mentre nel 1690 fu posizionato sotto il portico.
Nel 1788 giunse ai Musei Vaticani, ove si trova tutt’oggi, e qui fu sottoposto per nove anni a pesanti restauri.
Diversi frammenti di porfido conosciuti in varie collezioni si possono ricollegare per soggetto, stile e dimensione al sarcofago di Elena o ad un sarcofago dello stesso tipo.
Una testa barbata e un braccio sono conservati nei Magazzini dei Musei Vaticani, una testa di barbaro si può ammirare a Londra al Victoria and Albert Museum, mentre un’altra testa di barbaro, facente parte della collezione Del Bufalo, si trova a Roma.

 Braccio destro di cavaliere, Magazzini dei Musei vaticani (inv.52133)


Testa di uomo barbato, Magazzini dei Musei vaticani (inv.52132)



Testa di barbaro, Collezione Del Bufalo, Roma



Testa di barbaro, Victoria and Albert Museum, Londra

Probabilmente associabili al sarcofago di Elena sono anche tre teste maschili murate all’interno di un riquadro su di una parete del cortile di Palazzo Medici Riccardi a Firenze.

 
Teste elmate, Palazzo Medici Riccardi, Firenze

Bisogna inoltre ricordare la zampa anteriore sinistra di cavallo conservata al Museo Granet d’Aix-en-Provence proveniente dalla collezione Bourguignon de Fabregoules in parte formatasi in Italia alla fine del XVIII secolo.


Questa zampa, per lo stile e la resa dei dettagli anatomici, è molto simile agli arti dei cavalli del sarcofago di Elena. La posizione dell’arto, infatti, corrisponde alla cavalcatura dei primi due cavalieri che si dirigono verso sinistra.
L’inventario del Museo Granet ci indica che questa zampa è stata trovata negli scavi sotterranei del Vaticano a Roma.
Un braccio, proveniente dallo stesso scavo e che apparteneva anch’esso al Museo Granet, ha portato a pensare che, forse, questi frammenti nel corso del restauro subito dal sarcofago di Elena non sono stati ricollocati o furono scartati.

Bibliografia:
P.Malgouyres, Porphyre: La pierre pourple des Ptolémées aux Bonaparte, Paris, 2003.
N.Gallerini, Sarcofagi in porfido di età tardoantica, tesi di laurea, Facoltà di studi umanistici, Univerità degli studi, Milano, 2012



martedì 12 febbraio 2013

La conquista di Gerusalemme, 1099

La conquista di Gerusalemme, 1099

Deus vult! (Urbano II, Discorso al Concilio di Clermont, 27 novembre 1095)

Francesco Hayez, Papa Urbano II sulla piazza di Clermont predica la prima Crociata, 1835
Fondazione Cariplo, Milano

Il 7 giugno del 1099 l'esercito crociato raggiunse Gerusalemme.
Come ad Antiochia la città fu posta sotto assedio, probabilmente i crociati stessi soffrirono più dei cittadini di Gerusalemme, a causa della carenza di cibo ed acqua attorno alla città.
Il governatore fatimide di Gerusalemme, Iftikhar al-Dawla, aveva espulso la maggior parte dei Cristiani e fatto avvelenare i pozzi e le sorgenti che si trovavano nei dintorni. L'unica fonte di acqua potabile era rimasta la Piscina di Siloam (localizzata nella parte inferiore del fianco meridionale del monte Ophel, a sud est e fuori dalle mura). La piscina, dove Gesù operò la guarigione di un cieco (Giovanni, IX,7), era alimentata delle acque della sorgente di Gihon, che venivano fatte affluire tramite due acquedotti ma era però alla portata degli archi dei difensori della città.

Degli stimati 7.000 cavalieri che avevano preso parte alla Crociata ne restavano solo 1.500 circa, insieme a forse 20.000 fanti dei quali 12.000 ancora in buona salute.
L'esercito crociato non aveva forze sufficienti a circondare la città.
Roberto di Normandia schierò le sue truppe lungo il muro settentrionale di fronte alla porta di Erode (Porta dei Fiori), alla sua destra Roberto di Fiandra, di fronte alla porta di Damasco (Porta della Colonna).
Goffredo di Buglione dispose i suoi dall'angolo nordoccidentale delle mura fino alla porta di Giaffa dove fu successivamente raggiunto da Tancredi d'Altavilla mentre Raimondo di Tolosa con i suoi provenzali presidiava il lato sudoccidentale delle mura dalla Torre di Davide al Monte Sion.



Le porte di Gerusalemme
Porta di Sion: il nome arabo di questa porta è Porta del Profeta David (Bab Nabi Daud), poiché  un tempo si riteneva che la tomba del Re David si trovasse sul Monte Sion a pochi passi da essa. La porta di Sion conduce direttamente al quartiere armeno ed a quello ebraico.

Porta di Sion
 
Porta del Leone: questa porta prende il nome dai leoni dello stemma araldico del Sultano Beybars (XIII sec.) che l'adornano. È anche chiamata Porta di Santo Stefano, dal primo martire cristiano che la tradizione vuole fosse stato lapidato qui vicino. La porta del Leone conduce alle piscine di Bethesda, alla via Dolorosa ed ai mercati.

I leoni di Beybars sulla Porta di S.Stefano
Porta di Erode: nonostante il suo nome, il famoso re della Giudea non ha avuto nulla a che fare con questa porta. In arabo ed in ebraico questa porta che guarda a nord e che conduce ai vecchi mercati della città, è chiamata Porta dei Fiori. Alcuni dicono che il nome derivi da una rosa intagliata sulla sua struttura. Tuttavia in arabo, una simile parola significa "si sono svegliati" e potrebbe riferirsi ad un vicino cimitero ed alla speranza della resurrezione.

Porta di Erode
 
Porta di Damasco: chiamata in arabo Bab el-Amud o Porta della Colonna, a causa della colonna che l'imperatore Adriano fece erigere al centro della piazza antistante ad essa.
E' la più imponente tra le porte di Gerusalemme e si affaccia anch’essa a settentrione ed ha preso il nome dalla grande città da cui arrivarono una volta i dominatori di Gerusalemme. Sotto la porta del XVI secolo, gli archeologi hanno scoperto parte della via di ingresso fatta costruire dall’Imperatore Adriano nel II secolo.
Porta di Giaffa: Questa era la destinazione dei pellegrini ebrei e cristiani che sbarcavano al porto di Giaffa, da cui il nome. Conduceva (e tuttora conduce) direttamente al quartiere ebraico e cristiano così come alle parti più popolari del mercato ed alla Torre di David, che era la cittadella di Gerusalemme.

Porta d'oro: vedi scheda.

Il 13 giugno un assalto diretto alle mura fu respinto dai fatimidi con gravi perdite per i crociati che non disponevano di macchine d'assedio né potevano costruirle per la penuria di materiali.

Il 17 giugno una flottiglia anglo-genovese al comando dei fratelli Embriaco attraccò nel porto di Giaffa, abbandonato dai fatimidi, portando viveri e materiali atti a costruire le macchine d'assedio.
Raimondo Pilet, un capitano provenzale al seguito di Raimondo di Tolosa, scortò i marinai ed il loro carico fino al campo crociato.

L'8 luglio, su suggerimento di un prete, Pietro Desiderio, che dichiarò di averlo ricevuto dallo spirito del defunto vescovo Ademaro (1), tutti i crociati, in processione e a piedi nudi, completarono un giro intorno alle mura della città, al fine di propriziarne la caduta.

L'assalto finale cominciò nella notte tra il 13 ed il 14 luglio. L'attacco principale avvenne lungo due direttrici, dal monte Sion verso la porta di Sion, guidato da Raimondo di Tolosa, e contro le mura settentrionali, guidato da Goffredo di Buglione. Alla testa di entrambe le direttrici d'attacco muovevano altrettante alte torri d'assedio mentre una terza più piccola fu impiegata in un'azione di disturbo contro l'angolo nordoccidentale delle mura.

Una delle due torri d'assedio utilizzate dai crociati nell'assalto finale raffigurata in un'edizione miniata acritana del XIII secolo della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo di Tiro e continuatori, Biblioteca Nazionale Francese, Parigi

La mattina del 15 la torre di Goffredo fu finalmente accostata alle mura nei pressi della porta di Erode e i crociati sfondarono penetrando in città mentre il governatore Iftikhar al-Dawla ancora fronteggiava le forze di Raimondo sulle mura meridionali.
Nel primo pomeriggio, il governatore si ritirò nella torre di Davide (la cittadella) offrendo a Raimondo la resa in cambio della sua vita e di quella dei suoi soldati. Raimondo accettò e occupò la torre. Il governatore ed i suoi uomini furono scortati fuori dalla città e fu loro consentito di raggiungere Ascalona.

(1) Ademaro di Monteil, vescovo di Le Puy, nominato legato pontificio da papa Urbano II durante il Concilio di Clermont (1095) e, in quanto tale, posto al comando della crociata, aveva esercitato un ruolo di mediazione tra i principi crociati ed era stato l'unico capo la cui autorità non venisse messa in discussione fino al momento della sua morte, a seguito di un'epidemia di tifo, il 1 agosto del 1098, poco dopo la presa di Antiochia.


sabato 9 febbraio 2013

Teodora Raulena


Teodora Raulena

Teodora Raulena nacque probabilmente nel 1240 nell’impero di Nicea e trascorse la sua infanzia durante il regno di Teodoro II Lascaris (1254-1258). Era la figlia primogenita di Giovanni Cantacuzeno e di Irene Paleologina, una delle sorelle del generale Michele Paleologo. Aveva tre sorelle: Maria, Eugenia e Anna. Il padre, Giovanni Cantacuzeno, ricoprì la carica di megas domestikos e comandante in capo dell’esercito niceno. Alla sua morte la madre Irene avrebbe seguito la prassi comune alle vedove aristocratiche e sarebbe diventata monaca, con il nome di Eulogia.
Nel 1256, all’incirca all’età di sedici anni, sposa Giorgio Muzalon, originario della zona, amico fidato dell'imperatore Teodoro II Lascaris, che lo elevò alla carica di protovestiario.
Nel mese di agosto del 1258 l'imperatore fu colpito da un attacco epilettico mortale, lasciando come erede il giovanissimo Giovanni. Per risolvere la questione della reggenza imperiale, in punto di morte, Teodoro fece giurare ai capi dell’aristocrazia fedeltà a Giorgio Muzalon, che nominò reggente dell’impero e tutore del piccolo Giovanni.
Ma la reazione dell'aristocrazia, emarginata da Teodoro II, non si fece attendere e ai primi di settembre, nel monastero di Sosandra (1) mentre attendeva al servizio funebre in onore dell'imperatore, Giorgio Muzalon fu massacrato insieme ai suoi due fratelli.
Di fronte a tanta violenza, orrore e totale mancanza di rispetto per la legge e per la religione, Teodora tentò di ribellarsi e protestare, ma lo zio Michele Paleologo, che era presente e probabilmente coinvolto nella congiura, le intimò di tacere, per evitare di essere coinvolta nel massacro.
Pochi mesi dopo, Michele, che godeva del sostegno dell'aristocrazia e del clero, venne issato sugli scudi ed incoronato a Ninfeo coimperatore (il giorno di Natale del 1258 o il primo gennaio del 1259).
Il 15 agosto del 1261 – dopo il fortunato colpo di mano con cui il generale Alessio Strategopulo aveva riconquistato Costantinopoli ai bizantini - Michele VIII Paleologo fu incoronato imperatore di Costantinopoli dal patriarca Arsenio nella cattedrale di Santa Sofia, mentre il legittimo erede Giovanni Lascaris, venne accecato e confinato in un castello sulla costa del Mar Nero.
Nello stesso anno diede la nipote Teodora in moglie a Giovanni Raul, che fu elevato anche alla carica di protovestiario, esponente di una delle famiglie dell'aristocrazia che lo aveva maggiormente sostenuto.
Teodora, che aveva un forte senso delle classi sociali, si sentì onorata di assumere, grazie al matrimonio con Giovanni Raul, il titolo di “protovestiaria” e di aggiungere alla lista dei suoi cognomi anche quello di Raulena.
Dal matrimonio tra Giovanni e Teodora nacquero due figlie: Irene Raulena Paleologina, il cui nome ricordava la nonna, e Anna Comnena Raulena Strategopulina.
Dopo aver servito fedelmente l’imperatore Michele VIII, portando avanti campagne militari nel nord della Grecia e cercando di riportare nel'orbita dell’impero le province ribelli della Tessaglia e dell’Epiro, Giovanni Raul morì nel 1274 circa.
A questa data risale anche la decisione di Teodora di diventare monaca. Seguendo l’esempio della madre, si ritirò in convento e assunse il nome di Kiriake.

Dopo il 1274 i rapporti tra Michele VIII e la sorella Irene (Eulogia) e la nipote Teodora (Kiriake) s'incrinarono bruscamente. Le due monache si schierarono infatti sul fronte antiunionista che si opponeva alla politica di unione delle chiese perseguita dall'imperatore. Lo stesso patriarca Arsenio che lo aveva incoronato lo scomunicò, accusandolo di aver fondato il suo regno sull'eliminazione criminosa del legittimo erede al trono e fu rimosso con un pretesto dall'imperatore.
La ratifica dell’unione da parte dell’imperatore durante il II Concilio di Lione (febbraio 1274) e il ritorno della delegazione greca a Costantinopoli scatenarono la rabbia antiunionista, che esplose in agitazioni di vaste proporzioni.
Irene e le sue figlie Anna, Maria e Teodora divennero il cuore dell'opposizione. Maria, moglie dello zar bulgaro Costantino Tich (1257-1277) e poi del suo successore Ivaylo (1278-1279) e Anna, moglie del despota d'Epiro Niceforo I (1267-1296), diffusero una propaganda politica, che denunciava l’imperatore Michele VIII e i suoi sostenitori come eretici (2). Entrambe impegnandosi ad accogliere i rifugiati, perseguitati dal regime del Paleologo, nei rispettivi territori.
Teodora, invece, rimase accanto alla madre a Costantinopoli e, dalla reclusione del convento, tentarono insieme di opporsi in tutti i modi alla politica unionista e al regime di terrore instaurato da Michele per imporre l'unione con la forza (cfr. affresco nella chiesa delle Blachernae a Arta).
Anche Teodora e la madre furono arrestate come sobillatrici, bandite da Costantinopoli e rinchiuse nella fortezza di San Gregorio sul Mar Nero, dopo aver subito la confisca di tutti i beni.

Durante questo periodo di esilio, Teodora compose un'opera dedicata ai fratelli monaci Teodoro e Teofane, detti Graptoi, perchè nel corso delle persecuzioni iconoclaste l'imperatore Teofilo (829-842) fece incidere con il ferro rovente sulla loro fronte dodici versi ingiuriosi. Traspare evidente in quest'opera il parallelismo tra coloro che furono vittime della persecuzione iconoclasta e la persecuzione subita da lei e dai suoi cari sotto il regime dello zio Michele VIII.

S.Teofane Graptos, chiesa del Salvatore in chora, Costantinopoli, 1316-1321

Ben presto ad ogni modo anche il papato si rese conto che l’unione era un inganno e una strategia politica, tanto che nel 1281 Papa Martino IV scomunicò Michele VIII , rendendo l’unione insignificante.
Il figlio Andronico II, che gli successe al trono dopo la sua morte (11 dicembre 1282), con uno dei suoi primi atti di governo annullò l'unione e permise il rientro dei profughi e degli esiliati tra cui Teodora e la madre.
Poco dopo la pasqua del 1284, morì la madre Irene/Eulogia. Probabilmente risale a questo periodo il progetto di Teodora di restaurare il monastero dedicato a Sant’Andrea in Krisis, martire sotto le persecuzioni iconoclaste di Costantino V, ed adibirlo a propria residenza. Teodora viene infatti ricordata come la seconda fondatrice del monastero, anche se non è rimasta alcuna traccia della chiesa da lei fatta costruire.
Il monastero, trasformato da Teodora in convento femminile, non fu soltanto un luogo abitativo ma anche un centro culturale che le permise di concentrarsi sulla letteratura, sulla copiatura di manoscritti, incrementando una ricca biblioteca. Il monastero divenne una sorta di “atelier”, in cui Teodora riunì, sotto il suo patrocinio, esperti miniaturisti e copisti, a cui probabilmente vanno attribuiti una serie di Lezionari, Vangeli e Salteri, dalle decorazioni estremamente raffinate.
L’amico più influente dal punto di vista culturale e personale fu in questo periodo della sua vita Gregorio II di Cipro che ricoprì la carica patriarcale da 1283 al 1289.
Teodora si spense il 6 dicembre del 1300 e fu sepolta nel suo monastero.

Note:

(1) Dalle fonti scritte sappiamo che l'imperatore Giovanni III Ducas Vatatze (1222-1254) fece costruire questo monastero sul monte Sipylos nei pressi di Magnesia (l'attuale Manisa) con l'intento di farne il luogo di sepoltura della dinastia regnante. Le sue rovine non sono però mai state identificate.

(2) Sia il despota d'Epiro Niceforo I che lo zar bulgaro Costantino Tich sposarono in prime nozze le figlie di Teodoro II, rispettivamente Maria e Irene Lascaris, ed in seconde nozze le sorelle di Teodora Raulena, Anna e Maria Cantacuzena.














venerdì 8 febbraio 2013

S.Andrea in Crisi

S.Andrea in Crisi


Si trova lungo il ramo meridionale della Mese, a poca distanza dalla Peribleptos, nell'attuale Koca Mustafa Paşa Caddesi.




Era il katholikon di un monastero probabilmente dedicato in origine a S.Andrea apostolo e solo dopo aver accolto le spoglie di S.Andrea di Creta, martirizzato per iconodulia nel 767, dedicato a quest'ultimo.
Nato a Creta nel sec. VIII S.Andrea praticò sin dalla gioventù una vita ascetica tanto dura da meritarsi l'appellativo di calibita (colui che vive in un tugurio). È dubbio se fu uno stilita in Creta, ma è certo che fu monaco.
Nel 767, nel pieno delle persecuzioni degli iconoduli volute da Costantino V Copronimo (741-775), Andrea, recatosi a Costantinopoli, entrò nel palazzo di San Mamas (1), dove Costantino giudicava i cultori delle immagini, e apostrofò arditamente l'imperatore con queste parole: «Tu dici, o imperatore, che noi adoriamo idoli; ma noi adoriamo e veneriamo queste icone perché fatte a immagine e somiglianza di Dio, che per noi si è fatto uomo». Costantino, non essendo riuscito a competere con Andrea sulla dottrina, ordinò che il monaco fosse rinchiuso in carcere, dopo averlo fatto crudelmente flagellare. L'indomani Andrea fu condotto dinanzi all'imperatore e, non piegandosi né a blandizie, né a minacce, venne abbandonato alla furia della plebaglia. Battuto a sangue per le vie di Costantinopoli, Andrea fu trascinato nel Forum Tauri e qui fu linciato, dopo che un pescatore gli aveva troncato il piede destro. Questo avvenne il 20 ottobre 767 e il corpo di Andrea fu gettato in una fossa comune in turpe compagnia di pagani e assassini, il toponimo "in crisi" (giudizio) è infatti probabilmente legato alla vicinanza del luogo di sepoltura dei criminali. Nottetempo le sue spoglie furono prelevate da un gruppo di fedeli e sepolte in terra consacrata.



La tipologia architettonica della chiesa - a pianta centrale cruciforme con cupola sostenuta da quattro colonne e doppio nartece, abside centrale e pastoforia - e quella dei capitelli a foglie d'acanto la fanno datare al VI sec.

capitello nell'esonartece

La prima notizia certa della sua esistenza è del 792, quando S.Filarete vi acquistò una tomba.
Il monastero fu probabilmente devastato durante l'occupazione latina e restaurato nel 1284 dalla nipote di Michele VIII, Teodora Raulena, monacatasi con il nome di Kiriake dopo la morte del secondo marito, il protovestiario Giovanni Raul (1274). Il monastero fu la sua residenza per circa quindici anni e alla sua morte vi fu tumulata. Di questo intervento tuttavia non restano tracce, quanto oggi visibile risale all'antica chiesa monastica. Qui nel 1321, alla morte del marito, il re serbo Stefano II Uros Milutin, si ritirò a vita monastica anche la figlia di Andronico II e regina di Serbia Simonide Paleologina.

La chiesa fu trasformata in moschea nel 1489 da Koca Mustafa Pasa, un cugino di Beyazit II.
La cupola crollò completamente nel 1766 a seguito di un terremoto ma fu ricostruita sul modello dell'originale bizantino.
In epoca ottomana la chiesa fu fortemente rimaneggiata. A nord ed sud della cupola principale furono aggiunte due semicupole, traforate da tre grandi finestre, che dal di fuori sembrano abbaini, sì da creare l'impressione di trovarsi di fronte ad un impianto trilobato come nella chiesa del Profeta Elia a Tessalonica.

lato sud

 Lungo il lato settentrionale fu addossata alla chiesa una galleria coperta da cinque cupole dove attualmente si trova l'ingresso principale.
Il nartece interno è diviso in tre campate. Quella a nord è coperta da una cupola ottomana. Quella centrale è sormontata da una volta a botte, mentre quella sud è sormontata da una volta a crociera ogivale. Le ultime due sono bizantine.
Il nartece esterno è diviso in cinque campate, le tre centrali corrispondenti a quelle del nartece interno. La campata centrale è coperta da una cupola centrale a scodella poggiante su pennacchi. Essa è separata dalle due campate intermedie da colonne addossate a lesene.

Nel cortile dell'attuale moschea è ancora visibile un cipresso tagliato da cui pende una catena che si dice servisse a riconoscere la malafede dei debitori. La catena veniva fatta oscillare tra due persone che affermavano dichiarazioni contraddittorie, e si diceva che la catena avrebbe colpito quello che stava dicendo la verità.

la cupola centrale e la semicupola meridionale

(1) Il palazzo di San Mamas fu fatto costruire dall'imperatore Leone I (457-474), dopo l'incendio che sconvolse Costantinopoli nel 469, sulla sponda europea del Bosforo, nell'attuale quartiere di Besiktas. Incendiato durante l'attacco dei bulgari del 813, sembra essere stato ricostruito giacchè è menzionato dallo pseudo-Codino (X secolo). Successivamente non se ne hanno più notizie.








lunedì 28 gennaio 2013

Altre Feste liturgiche bizantine


1. La Resurrezione di Lazzaro, vigilia della Domenica delle Palme.

Nella liturgia bizantina segna l'inizio della Passione di Cristo.

Nea Moni, Chios, XI secolo

L'episodio è così descritto nel Vangelo di Giovanni:
Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: «Dove l'avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?». Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. (Giovanni, XI, 32-45)
Secondo l'antico manuale d'iconografia cristiana redatto dal monaco Dionigi da Furnà, ritrovato da Adolphe Napoleon Didron in un monastero del Monte Athos e pubblicato a Parigi nel 1845 (il manoscritto risalirebbe al XVIII secolo ma i monaci presso i quali fu ritrovato ne attribuivano la prima redazione al X-XI secolo), la scena dovrebbe essere così rappresentata:

Le cime di due monti; dietro, le mura di cinta di una città che sembra di poco conto (Betania). Degli ebrei in lacrime escono dalle porte e si dirigono al centro del monte, da dietro. Davanti a questo, la pietra che ricopriva una tomba viene tolta da un uomo. Lazzaro è in piedi, in mezzo alla tomba, mentre un altro uomo gli toglie il lenzuolo. Cristo lo benedice con una mano, con l'altra regge un cartiglio che dice: “Lazzaro vieni fuori”. Dietro di lui, gli apostoli. Marta e Maria (le sorelle di Lazzaro) si prostrano ai piedi di Gesù, per adorarlo.

chiesa della Pantanassa, XV secolo, Mistrà


2. La Lavanda dei piedi (Niptir), Giovedì Santo.

E' così descritta nel Vangelo di Giovanni:

Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita.
Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: "Signore, tu lavi i piedi a me?".
Rispose Gesù: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo".
Gli disse Simon Pietro: "Non mi laverai mai i piedi!". Gli rispose Gesù: "Se non ti laverò, non avrai parte con me".
Gli disse Simon Pietro: "Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!".
Soggiunse Gesù: "Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti".
Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: "Non tutti siete mondi".
Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: "Sapete ciò che vi ho fatto?
Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono.
Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.
Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.
In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica.
(Giovanni, XIII, 1-17)

Nea Moni, Chios, XI secolo

Nella parte superiore - molto danneggiata - è raffigurata la preparazione del rito. Cristo è ritratto tre volte rispettivamente nell'atto di levarsi il manto, in quello di indossare il grembiule e mentre prepara il bacile con l'acqua.

chiesa di San Nicola Orfano, Tessalonica, 1310-1320

3. L'Ultima cena (Mystikos Deipnos=Convito mistico), Giovedì Santo.
E' così raccontata nel Vangelo di Giovanni, Gesù e gli apostoli sono riuniti a tavola per festeggiare la Pasqua ed è stata appena compiuta la Lavanda dei piedi:
Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e disse: "In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà ".
I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse.
Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù.
Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: "Dì, chi è colui a cui si riferisce?".
Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: "Signore, chi è?".
Rispose allora Gesù: "È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò". E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.
E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: "Quello che devi fare, fallo al più presto".
Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: "Compra quello che ci occorre per la festa", oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri.
Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.
(Giovanni, XIII, 21-30)

Il manuale di Dionigi da Furnà suggerisce questa rappresentazione della scena:

Una casa. Al suo interno c’è una tavola con focacce e piatti colmi di cibo; c’è una coppa e un grande recipiente per il vino. Cristo è seduto a tavola con gli apostoli. Sul lato sinistro, Giovanni è disteso sul suo grembo; a destra Giuda allunga la mano nel piatto e guarda Cristo.

Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna, inizio VI secolo

Teotokos Peribleptos, Mistrà, seconda metà XIV secolo

Nel mosaico di Sant'Apollinare Gesù e gli Apostoli stanno a tavola sdraiati secondo il costume dell'epoca mentre nell'affresco della Peribleptos sono presenti i tratti iconografici salienti (Giovanni disteso nel grembo del Cristo e Giuda che allunga la mano nel piatto) indicati da Dionigi.  


4. Il tradimento di Giuda (Prodosia), Giovedì Santo.

E' così descritto nei Vangeli:

Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli.
Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si recava con i suoi discepoli.
Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi.
Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: "Chi cercate?".
Gli risposero: "Gesù, il Nazareno ". Disse loro Gesù: "Sono io!". Vi era là con loro anche Giuda, il traditore.
Appena disse "Sono io", indietreggiarono e a terra.
Domandò loro di nuovo: "Chi cercate?". Risposero: "Gesù, il Nazareno ".
Gesù : "Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, che questi se ne vadano ".
Perché s'adempisse la parola che egli aveva detto: "Non ho nessuno di quelli che mi hai dato".
Allora Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco.
Gesù allora disse a Pietro: "Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?".
Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono.
(Giovanni, XVIII, 1-12)

Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: "Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!". E subito si avvicinò a Gesù e disse: "Salve, Rabbì!". E lo baciò. (Matteo, XXVI, 47-49)

Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna, inizi VI secolo.


chiesa dell'Arcangelo Michele, Pedoulas, Cipro, seconda metà XV secolo.


5. La Crocifissione (Stavrosis), Venerdì Santo.

Il teschio ai piedi della croce
La croce a cui il Cristo è crocifisso è eretta sul Golgota (lat. Calvaria=luogo del cranio), un piccolo rilievo roccioso attualmente inglobato all'interno della chiesa del S.Sepolcro e usato dai Romani come luogo di esecuzione della pena capitale della crocifissione. Origene (III sec.) riporta la tradizione ebraica secondo cui il Cristo venne crocifisso nel luogo dove si trovava il sepolcro di Adamo. Per questa ragione, ai piedi del Cristo crocifisso viene spesso rappresentato il teschio di Adamo.

Monastero di Dafni, XI secolo.

Nel mosaico del monastero di Dafni assistono alla Crocifissione soltanto la Vergine e l'apostolo Giovanni, colui che Gesù amava. Dal foro nel costato del Cristo zampilla acqua e sangue.


Le Tre Marie
Con il nome di Tre Marie s’intendono le donne che erano presenti alla morte di Gesù. Tradizionalmente queste donne sono identificate come: Maria madre di Gesù, Maria Maddalena e Maria di Clopa.

Tutti e quattro i Vangeli riportano il racconto della crocifissione di Gesù. Le narrazioni sono però diverse tra loro, pur narrando gli stessi eventi storici. Questa diversificazione riguarda in particolare la questione delle Tre Marie.

• Matteo XXVII, 55-56:
C'erano là molte donne che guardavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per assisterlo; tra di loro erano Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo.
Qui abbiamo tre donne: due di esse si chiamano Maria (Maria di Magdala e Maria madre di Giacomo e Giuseppe), della terza non viene riferito il nome. La madre di Gesù non viene ricordata.
 
• Marco XV, 40-41:
Vi erano pure delle donne che guardavano da lontano. Tra di loro vi erano anche Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e di Iose, e Salome, che lo seguivano e lo servivano da quando egli era in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
Anche Marco riferisce di tre donne: due di esse si chiamano Maria (Maria di Magdala e Maria madre di Giacomo e Ioses); la terza si chiama Salomè. Neppure Marco ricorda la madre di Gesù.

• Luca XXIII, 49:
Tutti i suoi conoscenti e le donne che lo avevano accompagnato dalla Galilea stavano a guardare queste cose da lontano.
Luca ricorda semplicemente che c'erano delle donne che assistevano alla scena, ma non riferisce né il loro numero, né il loro nome.

• Giovanni XIX, 25:
Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena.
Giovanni presenta l'elenco di tre donne che si chiamano Maria: la madre di Gesù, Maria di Cleopa e Maria di Magdala. L'espressione tradizionale Tre Marie deriva proprio dal racconto giovanneo.

In totale, le donne menzionate particolarmente sono quattro:
1. Maria Maddalena.
2. Maria madre di Giacomo e di Giuseppe o Iose.
3. Maria (Miryàm), madre di Gesù.
4. Salomè, la madre dei figli di Zebedeo (Marco XV, 40)

Le “Maria” sono dunque tre. Identificate sembra ombra di dubbio sono due: Maria, madre di Gesù e Maria Maddalena. La terza Maria è detta sempre “madre di Giacomo” e, secondo i manoscritti, “madre di Giuseppe” o “madre di Iose”. È quindi la stessa persona. La variante giovannea “Maria di Cleopa” indica sempre lei, la Maria madre di Giuseppe/Iose. L’espressione greca Μαρία ἡ τοῦ Κλωπᾶ (Marìa e tu Klopà) sta a significare “Maria la moglie di Clopa”. Questa Maria è anche “l'altra Maria” che si trova insieme a Maria di Magdala davanti al sepolcro di Gesù (Matteo XVII, 61).

chiesa di S.Eracledio, monastero di S.Giovanni Lampadistis, Cipro, inizi XIII secolo.

Il buon centurione
I Vangeli sinottici riferiscono la presenza accanto alla croce di un centurione romano che per primo proclama la discendenza divina del Cristo:
Allora il centurione che gli stava accanto, vistolo spirare in quel modo, disse "Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!" (Marco, XV, 39).
Soltanto Giovanni riferisce che uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua (Giovanni, XIX, 34).

Il nome di Longino (colui che porta la lancia), in riferimento al soldato che trafisse il costato di Gesù, non ricorre nei Vangeli canonici ma, per la prima volta, solo in un manoscritto apocrifo, gli Atti di Pilato, che risale al V secolo (Atti di Pilato, redazione greca A, XVI, 8)

S.Maria Antiqua, Roma, 750 c.ca


6. La Domenica dell'Ortodossia (ἡ Κυριακὴ τῆς Ὀρθοδοξίας), prima domenica di Quaresima

L'11 marzo 843, prima domenica di Quaresima, al termine del sinodo convocato dal patriarca Metodio che ripristinò il culto delle icone, si svolse a Costantinopoli una grande processione che, dietro l'icona della Vergine Hodighitria – considerata opera di San Luca - attraversò tutta la città dalla chiesa delle Blachernae – dove si era tenuto il sinodo - a quella di santa Sofia, dove un solenne rituale proclamò ufficialmente la restaurazione del culto delle icone. Da allora, nel calendario liturgico ortodosso, nella prima domenica di Quaresima viene celebrata la Festa dell'Ortodossia in ricordo della restaurazione delle sante icone.


Icona del Trionfo dell'Ortodossia*, cm. 39x31, fine XIV sec.
British Museum, Londra
 
*L'analisi dettagliata di questa icona si trova nel capitolo dedicato all'Iconoclastia




















giovedì 24 gennaio 2013

Leonardo di Chio



Leonardo di Chio, arcivescovo di Mitilene

Leonardo di Chio nacque intorno al 1395-96 nell'isola omonima.
Entrato nell'Ordine domenicano, si distinse subito per la brillante intelligenza e venne pertanto inviato a compiere i suoi studi in Italia.
Nel 1426 era sicuramente a Genova, presso il convento di S.Domenico.

Luigi Garibbo, Rovine del convento di S.Domenico, 1826
Museo di scultura e architettura ligure San'Agostino, Genova
 
Nel biennio 1426-28 il capitolo generale dell'Ordine lo inviò a Perugia come lettore delle Sentenze, per dargli modo di completare la propria formazione teologica. Conseguito il grado di magister, egli iniziò una rapida carriera nelle gerarchie ecclesiastiche che lo condusse a essere nominato, già nel 1428, vicario generale della Congregazione dei fratres peregrinantes in Oriente in sostituzione del confratello Andreas Chrysoberges, incaricato di una legazione in Polonia. In tale veste fece ritorno a Chio, sede del suo ufficio.
Nel 1430 venne nominato inquisitore d'Oriente della stessa Congregazione, incarico confermatogli da papa Eugenio IV con una bolla del 1431 e che ricoprirà per circa dodici anni.
Il 28 giugno 1444, probabilmente su pressione del signore di Lesbo Dorino Gattilusio, fu nominato arcivescovo di Mitilene.
Nel 1449, facendo conto sulle sue influenti amicizie, Dorino Gattilusio inviò Leonardo alla corte papale quale ambasciatore per trattare la questione della dispensa necessaria per il matrimonio del suo erede Domenico con una cugina, figlia di Palamede Gattilusio signore di Enos. Durante il suo soggiorno presso la Curia l'arcivescovo ottenne alcuni privilegi personali (tra cui la rendita sulla chiesa dei Ss. Pietro e Paolo dei Veneziani a Costantinopoli, la facoltà di testare e l'unione alla sua arcidiocesi delle diocesi di Chio e di Focea Vecchia e Focea Nuova). Scontratosi con la ferma opposizione alla concessione della dispensa da parte del doge di Genova Ludovico Fregoso, genero di Palamede Gattilusio, Leonardo si recò a Genova per un incontro con lo stesso Fregoso, del quale seppe conquistarsi comunque la fiducia; tornò quindi alla fine dell'anno a Mitilene, dove molto probabilmente non fu estraneo alla scelta di Maria Giustiniani, figlia dell'ultimo governatore di Focea nuova Paride Giustiniani (1447-1455) e di cui era padre spirituale, quale moglie di Domenico Gattilusio.
Grazie ai contatti stabiliti in questa occasione, fu invitato dal cardinale Isidoro di Kiev, legato pontificio, a far parte della delegazione latina che raggiunse Costantinopoli il 26 ottobre 1452.
Nel corso delle convulse trattative fra partigiani e avversari dell'unione che si svolsero nelle settimane seguenti l'arcivescovo di Mitilene si distinse, al contrario del cardinale Isidoro, fautore di una linea più conciliante, per l'atteggiamento di assoluta intransigenza nei confronti degli antiunionisti, tra i quali spiccava il futuro patriarca Gennadios, arrivando a chiederne l'arresto all'imperatore Costantino XI per trascinarli davanti a un tribunale dell'inquisizione nominato ad hoc.
Alla fine, prevalendo le esigenze politiche su quelle dottrinali, l'imperatore impose la proclamazione dell'unione, che ebbe luogo in S.Sofia il 12 dicembre alla presenza, tra gli altri, dello stesso Leonardo.
Rimasto con il cardinale Isidoro nella capitale bizantina per vigilare sulla messa in pratica dei decreti di unione, fu direttamente coinvolto nella difesa della città, affiancando il cardinale al comando di 200 balestrieri in gran parte reclutati a Chio a cui fu affidata la difesa di un tratto delle mura marittime.
Quando la città cadde fu fatto prigioniero ma, non essendo stato riconosciuto, potè essere riscattato da un mercante genovese di Pera.

Raggiunta Chio, il 16 agosto dello stesso anno, indirizzò a papa Niccolò V la lunga e dettagliata relazione degli eventi dell'assedio e della caduta di Costantinopoli nota come Epistula de urbis Constantinopoleos captivitate che ne costituisce una testimonianza diretta.

Nel 1458, di fronte a una situazione politica che andava peggiorando costantemente, Niccolò II Gattilusio, che poco prima aveva usurpato la signoria di Mitilene assassinando il fratello Domenico, lo inviò quale ambasciatore a Genova, in Francia e in Borgogna per ottenere aiuti militari ed economici contro un probabile attacco turco.
Alcuni documenti attestano la sua presenza a Genova nel febbraio-marzo del 1459, ma non è possibile sapere se egli abbia proseguito il suo viaggio Oltralpe o se sia rimasto a Genova. È comunque certo che morì in Occidente nel corso dello stesso anno, in quanto già il 3 dicembre 1459 il papa Pio II provvide a nominare il monaco benedettino Benedetto nuovo titolare della cattedra di Mitilene, resasi vacante per la morte del titolare.

Appaiono quindi fantasiose le narrazioni che lo vogliono presente a Chio al momento della conquista ottomana (1462) e ucciso dai turchi o rocambolescamente nuovamente sfuggito ad essi ed autore della relazione de Lesbo a Turcis capta e che va invece attribuita al suo successore sulla cattedra vescovile di Mitilene.









martedì 8 gennaio 2013

Panagia Eleousa, Rizokarpaso

Panagia Eleousa, Rizokarpaso


Si trova a circa 30 km dalla cittadina di Rizokarpaso e a pochi minuti di macchina all'interno della strada costiera, su un'altura che domina la baia di Ronnas. E' una chiesa monastica dedicata alla Vergine misericordiosa (eleousa).
Presenta una pianta a due navate di proporzioni diseguali (quella settentrionale è infatti molto più piccola di quella meridionale), ognuna delle quali termina con un abside e divise da due archi a sesto acuto che partono da due tozze semicolonne e convergono su una colonna centrale. Le navate sono voltate a botte.


 In un epoca successiva alla sua fondazione le venne anteposto un nartece la cui giustapposizione all'edificio originario è evidente sia all'interno che all'esterno.


La chiesa era il katholikon di un complesso monastico le cui rovine sono ancora visibili attorno ad essa. G. Jeffrey (A Description of the historic monuments of Cyprus, 1918) ne propone la datazione al XVI secolo. Le due navate erano molto probabilmente destinate una al culto ortodosso (quella più piccola) e l'altra a quello latino e la disparità di proporzioni potrebbe esplicitare la posizione subordinata in cui era tenuta la chiesa ortodossa durante la dominazione franca.

Navata settentrionale

La decorazione è ancora interamente nascosta dall'intonaco con cui venne ricoperta dai turchi dopo la conquista dell'isola e l'unico elemento di spicco è attualmente il portale riccamente decorato e di chiara influenza occidentale sul suo fianco meridionale.

Portale meridionale.
A sinistra si nota la linea di giunzione tra il nartece ed il preesistente corpo centrale.