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lunedì 7 maggio 2012

La guerra di Morea (1684-1699)



La guerra di Morea (1684-1699)

Leone di San Marco, Leone di Venezia, l'arma
cristiana è al varco dell'Oriente... (F.Guccini, Asia)

Rappresenta l'ultima avventura espansionistica della Serenissima Repubblica di Venezia protesa alla riconquista dei vecchi possedimenti in Dalmazia e in Grecia. Il conflitto si inserisce nel contrattacco vittorioso della Lega Santa formatasi per liberare Vienna dall'assedio turco e per dare modo alle forze cristiane di cominciare una guerra offensiva e di conquista nei territori del declinante Impero Ottomano.
Le campagne del Peloponneso alimentarono vittoria dopo vittoria l'esaltazione e la curiosità dei veneziani per la guerra. Si creò un clima che la crescente circolazione di informazioni tratte dai documenti provenienti dal fronte fomentava fino a forme di vera e propria isteria collettiva, le cui più fortunate espressioni sono le grandi feste barocche e le apoteosi in vita e in morte del generale doge ed eroe massimo Francesco Morosini.
La fine del '600 coincise quindi con l'ultimo momento di gloria militare della Serenissima.

Il 25 aprile del 1684 la Repubblica, che ad un invito identico rivoltole pochi anni prima aveva risposto con un saggio rifiuto, non seppe questa volta resistere alle sollecitazioni del papa Innocenzo XI; si illuse di poter riconquistare Candia, Cipro e Negroponte, ricostituire il suo impero coloniale e le sue fortune e aderì alla Lega Santa.
Il 16 giugno il segretario di delegazione Giovanni Cappello che fungeva da bàilo consegnò alla Sublime Porta la dichiarazione di guerra. Così, dopo quattordici anni di pace, si riaccendeva la guerra con il Turco, alla direzione della quale furono messi Francesco Morosini come capitano generale, il conte Niccolò di Strassoldo quale comandante delle truppe da sbarco, e Antonio Zeno con la carica di provveditore della Dalmazia e dell'Albania.

Bartolomeo Nazzari, Ritratto del doge Francesco Morosini (1690 c.ca)
Museo Correr, Venezia
 
La fortuna, fin dal principio, arrise ai Veneziani. Mentre Zeno si spingeva vittorioso fino a Castelnuovo, il Morosini con la flotta pontificia, toscana e maltese investiva con grande vigore l'isola di Santa Maura, tra Corfù e Cefalonia, e dopo sedici giorni, nel luglio del 1684, la costringeva alla resa. Di là il conte di Strassoldo sbarcava sulla terraferma, occupava nei primi giorni dell'autunno Preveza (29 settembre) mentre cominciavano a ribellarsi al turco l' Epiro, l'Albania e la Morlacchia, stanchi dell'oppressione ottomana.
Allora il Morosini volse le armi contro le fortezze di Corone, Modone e Navarino che dovevano aprirgli la via alla conquista della Morea.
Prima ad esser conquistata fu Corone, che assediata da novemila cinquecento soldati, dopo quarantasette giorni di assedio capitolò (11 agosto 1685); si arresero poi Sarnata, Calamata, Kelefa, Passavas, il forte di Mistrà e proseguendo di vittoria in vittoria, nel 1685 e nel 1686, conquistò Navarino, Modone, Argo e Nauplia (29 agosto 1686), ne mise in stato di difesa le fortificazioni, rinnovò le milizie e si preparò a nuove imprese.
La campagna del 1687 registrò nuove vittorie e nuove conquiste. Il grande ammiraglio veneziano, che aveva impiegate tutte le sue ricchezze per allestire una flotta, espugnò Patrasso, Corinto e Lepanto; riconquistando così in tre anni di vigorosa guerra quasi tutta la Morea alla Serenissima, la quale ebbe notizia dell' importante conquista mentre il Consiglio Maggiore era adunato per l'elezione dei magistrati cittadini. La vittoria fu celebrata con un solenne ufficio divino in San Marco, e il Senato decretò che nella sala del Consiglio dei Dieci fosse conservato lo stendardo tolto al Serraschiere e venisse collocato un busto in bronzo del Morosini con l'epigrafe: Francisco Mauroceno Peloponnesiaco adhuc viventi Senatus.

Francesco Morosini intanto non riposava sugli allori. Conquistata la Morea, portava le armi nelle regioni vicine, occupava Sparta e Mistrà e con il conte Otto Wilhelm Von Konigsmark, che nel 1686 aveva sostituito il conte di Strassoldo al comando delle truppe da sbarco, si volgeva contro Atene.
Il 21 settembre le truppe della Serenissima sbarcano al Pireo - allora noto come Porto Leone - senza incontrare resistenza. I turchi si asserragliano sull'Acropoli e respingono la richiesta di arrendersi.
Il 23 le artiglierie veneziane cominciano a battere la rocca. I Turchi, fidando nella resistenza offerta dal tetto di pietra e nel fatto che i cristiani non avrebbero bombardato quella che era stata una chiesa (il tempio era infatti stato convertito già in epoca bizantina nella chiesa di Nostra Signora Atheniotissa), ripongono all'interno del Partenone tutte le munizioni e le loro famiglie. Un disertore ne mette al corrente i veneziani.
Il 26 entrano in azione i mortai veneziani e la sera stessa una bomba centra in pieno il tempio causando l'esplosione della polveriera e trecento morti.
Il 28 settembre, la guarnigione turca, dopo aver visto la cavalleria di Konigsmark sbaragliare la colonna di aiuti inviata da Tebe, innalza la bandiera bianca sulla torre dei Franchi ed il giorno successivo viene firmata la resa.
Il Morosini, che dopo la morte del doge Marcantonio Giustiniani, era stato nell'aprile del 1688, chiamato a succedergli nell'altissima carica, mosse contro Negroponte, ma per la prima volta dopo l'inizio di questa guerra, la fortuna volse le spalle alle armi veneziane: la resistenza ostinata dei Turchi, le malattie (il 15 settembre morì lo stesso Konigsmark, vittima della peste) e l'azione poco concorde delle milizie mercenarie frustrarono i tentativi del Morosini e malgrado qualche scontro favorevole ai veneziani, la spedizione fallì. I Turchi cercarono di trarre profitto da questo insuccesso del nemico ed avanzarono proposte di pace, ma le condizioni imposte dalla repubblica furono così onerose che le trattative vennero interrotte e la guerra continuò.
Nel 1689 Francesco Morosini espresse il desiderio di ritentare l' impresa di Negroponte, ma l'insufficienza delle forze di cui disponeva e l'opposizione degli altri capitani, lo costrinsero a rinunziarvi. Allora egli si volse contro Malvasia (Monemvasia) per condurre a termine la conquista della penisola greca e già le operazioni contro questa piazza ne facevano prevedere prossima la caduta, quando il Morosini si ammalò e dovette tornarsene a Venezia, cedendo il comando delle operazioni a:

Girolamo Cornaro: Questi si mostrò degno successore del grande doge: stretta maggiormente Malvasia, la costrinse sul finire dell'agosto del 1690 alla resa. Né questo fu il suo unico trionfo; avendo saputo che la flotta turca era uscita per difendere la piazza, le corse incontro e nelle acque di Mitilene la sbaragliò, quindi, piombato fulmineamente su Valona, se ne impadronì di sorpresa. Venezia non riuscì a godere a lungo dei suoi successi, i quali vennero rattristati dalla morte di Cornaro.
Al suo posto venne nominato al comando:

Domenico Mocenigo: che deliberò di tentare il riacquisto di Candia, cosa - scrive il Battistella - che stava sempre in cima ai desideri della Repubblica e a cui non aveva creduto di cimentarsi lo stesso Morosini, ben sapendo come i Turchi l'avessero messa in ottimo stato di difesa e vi facessero buona guardia.
L'armata veneta fece rotta pertanto verso la Canea nella speranza di poterla avere al primo impatto, ma il colpo non riuscì e si dovette disporre in un regolare assedio. Pareva che la fortuna assecondasse le armi veneziane, tanto che, in breve si erano avviate trattative con gli abitanti favorevoli alla resa della città, allorché il Mocenigo, impensierito per certe voci sparse nel campo che i Turchi si accingevano a sbarcare in Morea e ad assalirla durante l'assenza della flotta, nonostante il consiglio e le esortazioni di alcuni ufficiali diffidenti, senza curarsi di appurare la verità, volle improvvisamente levare l'assedio e partire per contrastare quell'assalto immaginario. Fu destituito e punito: ma il male commesso per la sua inettitudine e sconsideratezza era irrimediabile e l'occasione di riacquistare Candia andò perduta per sempre .

La Repubblica si rivolse ancora al Morosini e tornò a nominarlo capitano generale. Il glorioso vecchio accettò quel gravoso incarico lieto di poter giovare ancora alla patria e la moltitudine dei suoi concittadini andò sul lido a salutarlo commossa e ad augurargli nuove vittorie (24 maggio 1693).

Gregorio Lazzarini, Il doge Morosini offre la Morea riconquistata a Venezia, olio su tela, 1694
Palazzo ducale, sala dello Scrutinio, Venezia

Ma il grande condottiero era stanco e in là con gli anni e non poteva sostenere lle fatiche di una nuova campagna; tuttavia non lievi vantaggi ottenne sul mare contro il nemico e strappò ai Turchi alcune isole fra cui Salamina. Erano questi gli ultimi suoi trionfi: nuovamente ammalatosi a Nauplia, vi morì settantacinquenne nel gennaio del 1694.
La sua salma venne trasportata a Venezia e venne accolta con grandi manifestazioni e cordoglio da quel medesimo popolo che otto mesi prima gli aveva rivolto il saluto augurale. Il doge fu tumulato nella chiesa di santo Stefano dove riposa tutt'ora.
Al Morosini successe nel comando Antonio Zeno, che nel settembre del 1694 riprese agli ottomani l'isola di Chio: ma la sua titubanza gli impedì di conseguire una maggiore vittoria: infatti non osò affrontare una flotta turca che incrociava in quelle acque e quando questa prese il largo alla volta di Smirne egli la inseguì così da lontano da lasciarla fuggire senza recarle alcun danno.
I Turchi tornarono all'attacco nell' inverno del 1695 con una forte flotta comandata da Hussein pascià e dal corsaro Hassan Mezzomorto, i quali nelle vicinanze di Chio costrinsero Zeno alla battaglia. Questa si svolse con grande accanimento dall'una e dall'altra parte.
Singoli atti di valore non mancarono fra i Veneziani, ma mancò loro l'energia e la sapienza del comando e questa sola fu la causa della sconfitta. La vittoria dei Turchi mise Chio in grave pericolo, che però si sarebbe potuto scongiurare se Zeno fosse rimasto a difenderla o ne avesse affidata la difesa al provveditore Giustino Riva che si era offerto di difendere l'isola dal nemico. Ma Zeno volle abbandonarla e Chio poco dopo ricadde in potere dei Turchi. Richiamato a Venezia e messo in carcere per questa sua dannosa condotta, nel 1699 Antonio Zeno vi morì mentre si istruiva il processo contro di lui.

Nel 1697 il provveditore Antonio Molin respinse uno sbarco dei Turchi sulle coste della Morea e, scontratatosi con la flotta ottomana nelle acque di Chio, le infliggeva una dura sconfitta vendicando l'onta patita dallo Zeno.
L'anno dopo, il provveditore straordinario Girolamo Dolfin, mandato a vuoto un tentativo contro l' isola di Tine, inseguì la flotta nemica fin dentro i Dardanelli, dove il 30 settembre del 1699 si combattè una furiosa battaglia nella quale gli Ottomani riportarono danni considerevoli.
Questa battaglia fu seguita da altri scontri vittoriosi per le armi della Repubblica che, con il blocco dei Dardanelli effettuato da Dolfin, si assicurava il possesso delle isole dell'Arcipelago delle Cicladi e del Peloponneso e la padronanza quasi assoluta del Mediterraneo.
Il 26 gennaio del 1699 fu firmata la pace tra l'Austria, la Polonia, la Russia e la Turchia (Trattato di Karlowitz) e il 21 febbraio anche Venezia sottoscrisse il trattato. In virtù di esso la Repubblica conservava la Morea, Egina, Santa Maura e le conquiste fatte nella Dalmazia e nell'Albania; scambiava i prigionieri e non pagava più il tributo per l'isola di Zante; restituiva però Lepanto e le isole dell'Arcipelago e si impegnava ad abbattere le fortificazioni delle Rumelia e di Preveza. Inoltre il trattato stabiliva che si delimitassero i confini della Dalmazia e dell'Albania.

Nel 1714 i turchi, che avevano riportato una vittoria sulla Russia nel Mar Nero, intuiscono che l'Austria è snervata ed esausta e, confidando di cogliere Venezia priva di alleati, portano un decisivo attacco alla Morea e la riconquistano, incontrando una resistenza molto blanda da parte dei comandanti delle fortezze veneziane. I Turchi rivolgono quindi le loro mire su Corfù e flotte cristiane, in particolare contingenti portoghesi e pontifici, accorrono in aiuto della Serenissima.
La difesa della piazzaforte è affidata a Von Schulemberg e grazie anche alla vittoria del principe Eugenio di Savoia al comando delle truppe austriache nella battaglia di Petervaradino (5 agosto, 1716) Corfù è salva. I veneziani allora riprendono le operazioni per mare ma sono costretti dall'Austria ad una pace che riterranno poco onorevole e quasi offensiva delle virtù dimostrate nel corso del conflitto. Il trattato (pace di Passarowitz, 21 luglio1718) sancì infatti la definitiva perdita della Morea e di Candia.

Il Leone del Pireo, Venezia

Il Leone del Pireo

Il leone era un monumento molto noto del Pireo, si trovava lì dal I o II secolo. La sua notorietà era tale che gli italiani chiamavano il Pireo Porto Leone. Fu razziato e inviato in patria dalle truppe del Morosini dopo la presa di Atene (29 settembre 1687) nel corso della guerra di Morea. A Venezia venne collocato a guardia dell'ingresso dell'Arsenale dove ancora si trova.


L'animale è seduto, ha la gola cava e aveva il segno di un tubo (ora scomparso) sul retro, ciò fa pensare ad un suo utilizzo precedente come fontana.
La statua, di marmo bianco e alta circa 3 metri, è scolpita in marmo pentelico, che da ciò che è noto, non fu utilizzato per la costruzione di monumenti artistici prima del tempo di Pericle.
Secondo alcuni storici dell'arte, questo leone non è posteriore al V secolo a.C.
E' particolarmente conosciuto anche per essere stato vittima di un atto vandalico attorno alla seconda metà dell'XI secolo da alcuni scandinavi che incisero due lunghe iscrizioni runiche sulle spalle e sui fianchi del leone. Le rune sono incise seguendo la forma di un elaborato lindworm (dragone), motivo ricorrente in altre pietre runiche che si trovano in Scandinavia.
Gli incisori erano quasi certamente Variaghi, mercenari scandinavi al servizio dell'Impero Bizantino che erano stati inviati in Grecia a reprimere una rivolta della popolazione locale.
Le iscrizioni non vennero identificate come rune sino alla fine del XVIII secolo. Furono trascritte e tradotte per la prima volta nella metà del XIX secolo da Carl Christian Rafn, segretario della Kongelige Nordiske Oldskrift-Selskab (Società Reale degli Antiquari Nordici). Le iscrizioni sono state erose dalle intemperie e dall'inquinamento atmosferico, che hanno reso difficilmente leggibili alcuni dei suoi caratteri. Le lacune nel testo sono stati pertanto colmate dagli interpreti mediante ipotesi e inferenze sul loro significato, basandosi su quelli rimasti leggibili.

Lato destro: Asmund incise queste rune con Asgeir e Thorleif, Thord e Ivar, su richiesta di Harold l'Alto, nonostante i greci riflettendoci lo vietino.

Lato sinistro: Hakon con Ulf e Asmund e Örn conquistarono questo porto. Questi uomini e Harold l'Alto imposero una forte tassa a causa della rivolta dei greci. Dalk è tenuto prigioniero in terre lontane. Egil è andato in missione con Ragnar in Romania e in Armenia.

Rafn riteneva che "Harold l'Alto" fosse Haraldr Sigurðarson, e che avesse soffocato nel 1040 coi suoi variaghi un tentativo di ribellione nel Pireo. Tuttavia, le fonti bizantine non menzionano questa ribellione, probabilmente riconducibile ad un'invenzione di Rafn, e tutta la soluzione appare altamente sospetta.
Studi più recenti riflettono l'opinione che non sia più possibile leggere con certezza i nomi delle persone che intagliarono le rune né quelli in onore delle quali furono intagliate.

In epoca moderna una copia di questo leone è stata ricollocata nella posizione che occupava nel porto del Pireo.

domenica 6 maggio 2012

Santi Teodori

I santi Teodori

Teodoro Tirone (recluta), originario dell’Oriente, arruolato nell’esercito romano, era stato trasferito con la sua legione nei quartieri invernali di Amasea (Anatolia) al tempo dell’imperatore Galerio.
Improvvisamente fu promulgato un editto per cui si ordinava ai soldati di sacrificare agli dei; Teodoro che era un cristiano si rifiutò nonostante le sollecitazioni del tribuno e dei compagni; gli fu concesso un tempo per ripensarci ma egli ne approfittò per incendiare il tempio di Cibele, la Madre degli dei, che sorgeva al centro di Amasea presso il fiume Iris.
Ricondotto in tribunale fu torturato con il cavalletto e poi gettato in prigione a morire di fame, lì ebbe celesti e confortanti visioni, infine fu condannato a bruciare vivo, ciò avvenne il 17 febbraio probabilmente fra il 306 e il 311 d.C. Il suo sepolcro stava in una piccola località – Euchaite - vicino ad Amasea (odierna Aukhat in Turchia) che nel secolo X fu chiamata anche Teodoropoli.
A partire dal IX secolo gli si affianca Teodoro Stratelate (comandante), generale dell’esercito romano che sarebbe stato martirizzato all’epoca di Licinio ad Eraclea e quindi sepolto anch’egli a Euchaite. Probabilmente si tratta in realtà della stessa persona che viene commemorata nei martirologi in due giorni diversi.

San Teodoro Tirone, chiesa di Hosios Loukas, Beozia, inizi XI sec.


San Teodoro Stratelatos, chiesa di S.Teodoro Stratelatos, Trissakia, Mani, seconda metà del XIII secolo
 
San Teodoro Stratelatos, basilica di S.Maria dell'Assunta, Torcello, XI-XII secolo
 

Aphendrika, Cipro


APHENDRIKA

Seguendo la strada costiera per circa 5 km verso est dalla basilica di Agios Filon s'incrocia sulla destra la strada che conduce ad Aphendrika.
Nel II sec a.C. era nota per essere una delle sei città principali dell’isola con il nome di Urania.Vi si trovano i resti di tre chiese bizantine.

S.Giorgio


Chiesa bizantina del X sec. Presenta una pianta a croce greca con cupola il cui tamburo riposa sugli archi che connettevano i quattro pilastri. Secondo Megaw sarebbe questa la prima cupola apparsa a Cipro. Ha all'interno una inusuale doppia abside e nicchie lungo le pareti laterali.


lato occidentale

Panagia Chrysiotissa

lato absidale

La prima chiesa risale al VI sec. Distrutta dagli arabi, fu ricostruita nel X sec., sostituendo l’originale tetto in legno con una volta a botte. Distrutta nuovamente in epoca medievale fu nuovamente ricostruita nel XVI sec.
La chiesa originaria aveva un impianto basilicale a tre navate con abside e pastoforia ed era ampia 22x13 m. Le navate laterali erano separate dalla nave per mezzo di pilastri di muratura.
Originariamente aveva una copertura lignea sostituita nella riscostruzione del X secolo con una volta a botte sostenuta da arcate.

resti della navata meridionale

La parete della navata meridionale, addossata a quella della chiesa del XVI secolo è ancora in piedi.
Questa chiesa occupa solo lo spazio delle tre campate della nave di quella più antica, è a navata unica con volta ogivale innervata da costoloni e priva di finestre.


lato settentrionale della chiesa del XVI sec.


interno

Panagia Asomatos (letteralmente "Nostra Signora incorporea")

lato occidentale

E' anch'essa a pianta basilicale e coeva alla Panagia Chrysiotissa. Quando fu ricostruita nel X secolo la copertura in legno fu sostituita da volta a botte ancora conservata nella navata meridionale. Un passaggio coperto connette lateralmente l'abside ed i pastoforia come appare sovente nelle basiliche cipriote paleocristiane.Il nartece è invece andato completamente perduto.


nave centrale e abside, sulla sinistra dell'abside si nota il passaggio coperto che lo collega alla prothesis.






venerdì 4 maggio 2012

Chiesa dei Tassiarchi, Glezos

Chiesa dei Tassiarchi (chiesa degli Arcangeli)


lato settentrionale
Databile all'XI secolo presenta una pianta a croce greca inscritta sopravanzata da nartece. La muratura è in opera cloisonnè. Le absidi sono semi-esagonali all'esterno e quella centrale presenta una doppia finestra al di sopra della quale corre una cornice di mattoni a dente di sega, immediatamente al di sopra della quale si notano gli incassi che ospitavano le decorazioni ceramoplastiche.

facciata absidale

La cupola s'imposta su un tamburo ottagonale che presenta una finestra cieca su ogni lato dell'ottagono e colonne di marmo sugli spigoli.
Nella parte inferiore della parete settentrionale alcune pietre di marmo grigio sono disposte in maniera tale da comporre due croci.
Aggiunte realizzate in epoche successive sono: l'intera facciata del nartece ed il suo fianco meridionale, il campanile, i contrafforti che si vedono lungo la parete meridionale e la finestra rettangolare che si apre su di essa.

nartece e lato meridionale

Affreschi:

cupola, Cristo pantokrator

giovedì 3 maggio 2012

chiesa del Salvatore, Gardenitsa

chiesa del Salvatore (Agios Soter), Gardenitsa


Risale all'XI sec.e presenta una pianta a croce greca inscritta sormontata da cupola centrale. La facciata orientale presenta tre absidi di cui quello centrale, in cui si apre una bifora, pentagonale e le due laterali semi-esagonali. La muratura su questa facciata è interamente a castone ed è tagliata nel mezzo da una cornice di mattoni a dente di sega.

facciata absidale

 La cupola è impostata su un tamburo ottagonale originariamente traforato da altrettante finestre sormontate da archi che presentano una decorazione a mattoni. La muratura è a conci di pietra nella parte inferiore delle mura e a castone in quella superiore.

cupola e lato meridionale

La facciata occidentale è sopravanzata da un portico quadrangolare voltato a cupola con doppie arcate laterali sostenute da una colonna e sormontate da una cornice in mattoni disposti a dente di sega. Il portico culmina con un campanile ed è un'aggiunta successiva, probabilmente del XII sec.
Il portale d'ingresso presenta croci ed altri disegni rozzamente scolpiti nell'architrave di marmo che un tempo dovevano essere dipinti.
Gli affreschi presenti all'interno risalgono al XIV e al XV sec.


Iconostasi

volta del bema, Ascensione


parete settentrionale, S.Giorgio


martedì 1 maggio 2012

chiesa di Nostra Signora del Castello, Rodi città


chiesa di Nostra signora del castello (S.Maria del Castello, Panagia tou kastru, Enterum cami)

facciata ovest


Originariamente a pianta cruciforme e coperta da cupola risale al XI-XII sec. ma è stata fortemente rimaneggiata dai cavalieri e presenta oggi marcati lineamenti gotici.
Sotto il GM Hèlion de Villeneuve (1319-1346), come testimoniato dalla presenza delle sue armi e da quelle di papa Giovanni XXII nella parte più alta del santuario, fu infatti trasformata in basilica a tre navate con transetto, la cupola e le volte a botte furono sostituite da volte a crociera innervate da costoloni e assunse il ruolo di cattedrale del rito latino.


Molto probabilmente la ristrutturazione dei cavalieri fu conseguenza dei danni riportati dalla chiesa durante il terremoto del 1303, nel corso del quale la cupola era probabilmente collassata.
Le volte a crociera s'impostano sui pilastri centrali e sui muri perimetrali che furono rinforzati da contrafforti.
L'abside, poligonale all'esterno, appare all'interno semicircolare nella parte bassa per divenire semi-esagonale al di sopra del punto in cui s'imposta la volta. Esternamente ha l'aspetto di una torre rinforzata da contrafforti e merlatura quadrangolari.

Veduta interna dell'abside

Abside, esterno


La cornice rettangolare sopra l'ingresso occidentale conteneva un affresco di epoca più tarda raffigurante la Vergine tra Santi e uomini a cavallo.
Nella parte occidentale della navata centrale sono ancora visibili affreschi, quelli in migliori condizioni raffigurano S.Lucia - che richiama chiaramente la scuola senese del XIV sec. e fu probabilmente eseguito nel 1320 da un artista italiano - e Maria col Bambino che combina elementi bizantini e franchi

S.Lucia


Nel periodo ottomano la chiesa fu trasformata in moschea (Enterum cami) ma durante l'occupazione italiana le aggiunte turche – come il minareto o il portico che era stato addossato alla facciata occidentale – furono rimosse.

Ingresso lungo la navata settentrionale


Nella sua conformazione originaria la chiesa presentava una pianta a croce greca inscritta con due pilastri sporgenti sul lato absidale e due coppie di pilastri paralleli sul lato ovest su cui s'impostava la cupola centrale. Il santuario era tripartito da tre absidi poligonali.
L'asimmetria creata dai doppi pilastri sul lato ovest può essere dovuta alla necessità di costruire la chiesa sulle rovine di una preesistente che ne spiegherebbe anche l'accentuazione dell'asse longitudinale. Le navate laterali e le volte dei bracci nord e sud della croce non vennero comunque toccate dalla ritrutturazione dei cavalieri.
Oggi ospita il Museo bizantino in cui sono raccolti, tra gli altri, alcuni affreschi staccati dalla chiesa di S.Michele Arcangelo Tharri.