giovedì 8 dicembre 2022

L'Esarcato d'Africa (591-711)

 L'Esarcato d'Africa (591-711)

Fu istituito probabilmente sotto l'imperatore Maurizio (582-602) nel quadro di una militarizzazione dell'apparato amministrativo volta a rendere le provincie d'Africa meno dipendenti dalla capitale per la propria difesa. Era formato dall'Africa settentrionale – eccetto la Tripolitania che fu accorpata alla diocesi d'Egitto – dalla Sardegna, dalla Corsica, dalle Baleari e dalla Spagna meridionale in mano ai bizantini. Capitale dell'esarcato divenne Cartagine.

L'antico porto di Cartagine come appare oggi

Il primo esarca di cui si ha notizia è Gennadio, a cui si rivolge con questo titolo papa Gregorio I in una lettera del 591. Già nel 578 ricopriva però la carica di Magister militum per Africam. Durante il suo mandato dovette fronteggiare la rivolta dei Mauri (598). Morì o fu rimosso dalla carica poco dopo.

Eraclio il vecchio (598-611): militare di carriera fu nominato dall'imperatore Maurizio (582-602). Nel 608, coadiuvato dal fratello Gregorio, si ribellò all'imperatore Foca, probabilmente a seguito del regime di terrore da lui instaurato. Il figlio Eraclio – detto il giovane – al comando della flotta fu mandato alla conquista di Costantinopoli mentre il nipote Niceta con l'esercito di terra invase la provincia egiziana. Nell'ottobre del 610 Eraclio il giovane sbarcò a Costantinopoli e rovesciò l'imperatore, che fu abbandonato anche dalla sua guardia personale, insediandosi al suo posto. Eraclio il vecchio morì poco dopo aver ricevuto la notizia dell'incoronazione del figlio.

Niceta (611-629): cugino di Eraclio, lo aiutò nella conquista del potere ricevendone in cambio il governo della provincia egiziana. Nel 612 fu messo al comando della guardia imperiale e fu a fianco dell'imperatore nella sfortunata campagna contro i persiani del 613 culminata con la sconfitta nella battaglia di Antiochia che determinò la perdita dell'intera Siria. I persiani conquistarono quindi anche la Palestina e l'Egitto, la cui capitale, Alessandria, cadde nel 619. E' quindi probabile che Niceta abbia effettivamente ricoperto la carica di esarca d'Africa a partire da questa data. Da una moglie di cui non si conosce il nome ebbe un figlio (Gregorio) e due figlie, la maggiore delle quali (Gregoria) fu moglie dell'imperatore Costantino III (641) (1) e madre di Costante II (641-668).

Gregorio il Patrizio (629-647): era molto probabilmente il figlio di Niceta. Di fiero credo calcedoniano entrò in contrasto con l'imperatore Costante II (641-668) a causa del suo appoggio al monotelismo. Nel 646, di fronte all'incapacità dell'impero di contrastare l'avanzata araba, decretò la secessione dell'esarcato e si autoproclamò imperatore. 


Quando gli arabi invasero la Byzacena (l'attuale Tunisia meridionale) li affrontò sotto le mura di Sufetula (647) - dove aveva spostato la capitale dell'esarcato - venendo rovinosamente sconfitto e perdendo la vita nel corso della battaglia.


Arco dei Tetrarchi, Sufetula, fine III secolo

Gennadio (648-665): militare di carriera, assunse la carica di esarca dopo la morte di Gregorio. Pagando un forte tributo riuscì ad ottenere il ritiro degli arabi dalla regione, che tornò, almeno formalmente, all'impero. Pur non essendo stato nominato da Costante II ne riconobbe infatti l'autorità e riprese ad inviare alla capitale l'eccedenza degli introiti annuali dell'esarcato. Nel 663, quando l'imperatore trasferì la corte a Siracusa e chiese un aumento del tributo annuale, rifiutò ed espulse il rappresentante dell'imperatore. La rivolta delle guarnigioni bizantine appoggiate dalla popolazione locale lo costrinse a riparare presso il califfo di Damasco a cui chiese truppe per riconquistare Cartagine. Morì ad Alessandria prima di poter tentare l'impresa.

Eleuterio il giovane (665-): guidò la rivolta contro Gennadio e s'insediò al suo posto. Nel 669 gli arabi invasero nuovamente la Byzacena e costruirono il primo nucleo della città di Kairouan - 50 km a sudovest di Hadrumetum (l'attuale Susa) - che divenne la capitale della provincia islamica dell'Ifrīqiya. Nel 683, il capo berbero Koceila (Caecilius), appoggiato da alcuni contingenti bizantini, sconfisse a Tahouda (l'attuale Sidi Okba) gli arabi guidati dal generale omayyade Oqba ibn Nafi e conquistò Kairouan riportando l'intera Byzacena sotto controllo dell'impero. Nel 688, l'armata berbero-bizantina guidata da Koceila si scontra con l'esercito del califfato nella piana di Memmes. L'esito della battaglia rimane a lungo incerto, ma alla fine prevalgono gli arabi e lo stesso Koceila rimane ucciso. Gli arabi saccheggiano la regione, riprendono Kairouan ma poi si ritirano nuovamente lasciando nella città un piccolo presidio che viene colto di sorpresa da un corpo di spedizione bizantino sbarcato a Barca.

Nel 695, pacificato il suo fronte interno, il califfato omayyade riprende l'offensiva con un esercito forte di 40.000 uomini al comando del generale Ḥassān ibn al-Nuʿmān, che risale la costa quasi senza incontrare resistenza fino a Cartagine che prende d'assalto.

Giovanni il Patrizio (695-698): Quando la notizia della caduta di Cartagine giunse a Costantinopoli suscitò una forte emozione e l'imperatore Leonzio (695-698) armò tutte le navi disponibili e inviò un corpo di spedizione al comando del patrizio Giovanni e del drongario Tiberio Apsimarus. Giovanni forza l'ingresso del porto a riprende la capitale dell'esarcato. Nel frattempo la regina berbera Khaina raccoglie sotto le sue insegne tutte le tribù locali di fede cristiana ed ebraica (2) e sconfigge Ḥassān ibn al-Nuʿmān in una sanguinosa battaglia nei pressi di Kenchela costringendolo ad abbandonare la Byzacena e ripiegare in Tripolitania.


 Ali Boukhalfa, Statua della Khaina, Baghai (Algeria), 2003

Nel 698 il generale musulmano invade nuovamente la Byzacena e attacca Cartagine da terra e da mare, costringendo Giovanni e Tiberio ad abbandonare la città con ciò che resta della flotta e della guarnigione. Cartagine viene rasa al suolo per la seconda volta e la popolazione si disperde nei territori ancora sotto controllo imperiale.

Giuliano (?): dopo la caduta di Cartagine in Africa rimanevano in mani bizantine la piazzaforte di Septem (l'attuale Ceuta) (3) e alcune fortezze nella Mauritania Tingitana che, assieme alla Sardegna e alle isole Baleari potevano ancora figurare come “esarcato d'Africa” sulla lista ufficiale dei possedimenti dell'impero. Il governatore di Septem, Giuliano, potrebbe quindi aver ricevuto il titolo di esarca. Si tratta di una figura controversa e in parte leggendaria. Non è ad esempio chiaro se fosse un funzionario bizantino o semplicemente un capo berbero riconosciuto obtorto collo dal governo centrale come governatore della piazzaforte. Sicuramente pagava un tributo ai Visigoti di Spagna (che erano comunque la popolazione cristiana a lui più vicina) e riuscì a mantenere la città in mani cristiane fino al 711 pur disponendo soltanto di una piccola guarnigione. Secondo fonti arabe tuttavia, nel 708, con l'esercito musulmano alle porte, rovesciò l'alleanza e fornì loro supporto logistico per l'invasione della Spagna. Dopo la sua morte cadde l'ultimo avamposto cristiano in Africa.


Note:

(1) Figlio di Eraclio I e della prima moglie Fabia Eudocia. Prima di morire di tubercolosi, Costantino III regnò per soli tre mesi nel 641 assieme al fratellastro Eracleona che morì poco dopo di lui nel corso dello stesso anno. Gregoria resse il trono per il figlio Costante II fino al 650.

(2) La stessa tribù berbera d'origine della Kahina – i Gerawa - era di religione ebraica.

(3) Il nome completo della città era Septem fratres, dai sette colli su cui era stata costruita. A tutt'oggi è un'enclave spagnola in Africa.

sabato 24 settembre 2022

chiesa di San Nicolò Regale, Mazara del Vallo

 chiesa di San Nicolò Regale, Mazara del Vallo

Costruita nel 1124 sul molo orientale del porto-canale di Mazara per volontà di Ruggero II e affidata inizialmente a monaci di rito greco, entrò successivamente a far parte del complesso abbaziale benedettino di San Nicolò e Giovanni Prodromo oggi non più esistente.



Presenta una pianta a croce greca inscritta con tre absidi e una cupola, impostata su un tamburo ampio e basso di forma cubica, che la sormonta. Le mura perimetrali mostrano aperture ogivali decorate da archi rincassati. Una cornice leggermente aggettante – posta al di sopra dei doccioni di smaltimento delle acque piovane – separa la muratura originaria dal coronamento dei merli circolari aggiunto nel XIII secolo.


Nell'interno si trovano un piccolo altare, quattro colonne centrali che sostengono il tamburo e delle colonnine incassate negli spigoli delle tre absidi oltre a una pavimentazione con un disegno a colori d'ispirazione islamica.


L'insieme delle caratteristiche architettoniche della chiesa l'apparentano alla chiesa palermitana di San Cataldo e a quella della Santissima Trinità di Delia a Castelvetrano.
Tra il XVII e il XVIII secolo la chiesa subì una radicale trasformazione per adattarla ai nuovi canoni barocchi, divenendo a pianta ottagonale con copertura a falde.
Nel 1947 si tentò di riportare la chiesa alle sue forme originarie, ma bisognò attendere fino agli anni Ottanta affinché questo gioiello dell'arte arabo-normanna riacquistasse le sue originali sembianze di edificio medievale.

Di particolare interesse è il basamento sottostante, nel quale sono state rinvenute nel 1933 tracce di mosaici romani che che probabilmente pavimentavano una piscina o di una residenza signorile o di un impianto termale di tarda età imperiale (tra il III ed il V secolo), come lascia pensare un'antica tubazione rinvenuta in uno stipite. Tra i resti malconci ne spicca uno, che ha al centro un cervo in corsa tra decorazioni floreali. Attualmente è chiusa, non visitabile da almeno 10 anni.





domenica 4 settembre 2022

Chiesa della Madonna dell'Alto (Santa Maria delle giummare), Mazara del Vallo

 Chiesa della Madonna dell'Alto (Santa Maria delle giummare), Mazara del Vallo


Fu fatta erigere nel XII sec. da Giuditta d'Altavilla – figlia di Ruggero I di Sicilia e della sua seconda moglie Eremburga di Mortain – nel luogo dove sorgeva una torre di avvistamento saracena (1) e deve probabilmente il nome al tipo di palma nana, detta giummara, che cresce spontaneamente nella zona.
Subito dopo la sua fondazione venne affidata ad una comunità di monaci basiliani.
Nel 1444 i monaci basiliani vennero sostituiti dai benedettini e nel 1567 divenne commenda dell'Ordine giovannita e tale rimase fino al 1811 quando fu assegnata al demanio e successivamente (1873) alla diocesi di Mazara. Nel 1947 si ebbe il crollo del portale di epoca trecentesca (successivamente rimontato).


I resti della torre saracena – addossata alla parete orientale della chiesa - sono ancora identificabili per via di una incredibile quanto affascinante scala a chiocciola che conduce, dall’attuale sagrestia, alle terrazze dell’edificio.

Lato orientale con i resti della torre saracena inglobati nella costruzione

La chiesa, nonostante i rifacimenti subiti nei secoli, mantiene una forte impronta normanna. A navata unica, è preceduta da un protiro, con un arco a sesto acuto in facciata sormontato da una nicchia e lateralmente da due archi a tutto sesto, fortemente rimaneggiato nel XIV sec. Per rafforzare la struttura con pilastri su cui scaricare le spinte della volta a crociera.


Internamente la chiesa è scandita trasversalmente in tre campate da due archi acuti ed uno a tutto sesto in prossimità della zona presbiteriale a pianta rettangolare. Entrando a destra, si nota un robusto arco risalente al periodo detto “chiaramontano” (2) ora cieco ed in parte affogato nella muratura della prima arcata interna alla chiesa. Probabilmente immetteva in una cappella costruita successivamente, come capita in tutte le chiese occidentali per via del diverso rituale celebrativo; poteva condurre anche a locali sussidiari aggiunti all’edificio all’epoca del passaggio della chiesa alla commenda dei Cavalieri di Malta, ma lo stemma che sovrasta l’arco reca la data del 1301 e riporta la stilizzazione di una croce da etimasia, il che fa pensare piuttosto ad un intervento ad opera dei Basiliani che modificarono il loro cenobio.
Sull'altare maggiore, all'interno di una nicchia, si conserva una statua marmorea della Madonna col bambino, opera di Giacomo Castagnola del 1575 che fu commissionata allo scultore dal primo commendatore giovannita, fra Giovanni Giorgio Vercelli.



Nelle due absidiole laterali - coerenti con la liturgia bizantina - sono presenti affreschi molto deteriorati che risalgono alla costruzione del nucleo originario della chiesa, rappresentanti San Giovanni Crisostomo e San Basilio. L’affresco che ritrae S.Basilio, identificato anche sulla base di alcune lettere greche recanti il nome del santo ormai scomparse, presenta i tradizionali canoni bizantini della sua iconografia. La nicchia di sinistra invece, in cui è ritratto S.Giovanni Crisostomo, presenta una cornice gialla con dentro tondi alternati, rossi e azzurri; l’aureola gialla del Santo, orlata di marrone; il libro con il dorso rosso.
Per consentire la costruzione di un altare sormontato da una immagine votiva si dovette smantellare la conca absidale, tompagnare l’arco absidale ancor’oggi visibile e costruire una cassa muraria che servisse da solida nicchia per la pesante statua mentre due squadrate aperture laterali sormontate da due oculi di chiara impronta cinquecentesca si frapposero tra le absidiole e l’altare. 
La copertura è a volta portante ed il pavimento in mattoni di cotto.


Note:

(1) Non si può escludere che si tratti invece del ripristino di un edificio di culto preesistente che i saraceni, dopo la conquista dell'isola nell'827, avrebbero trasformato in punto di avvistamento. I Normanni, in questo caso, non avrebbero fatto altro che modificare nuovamente l'edificio per riportarlo alla originaria funzione cultuale.

(2) Lo stile chiaramontano prende il nome dalla famiglia dei Chiaromonte che erano signori di Modica quando, nel XIV secolo, si sviluppò questa variante locale del gotico. Si caratterizza essenzialmente per l'uso di applicazioni in pietra con modanature a zig zag di matrice arabo-normanna, incastonate nelle ghiere merlettate di portali e bifore a sesto acuto.


lunedì 29 agosto 2022

Chiesa della Santissima Trinità (Cuba di Delia), Castelvetrano

Chiesa della Santissima Trinità (cuba di Delia)
Si trova nella campagna a ovest di Castelvetrano, a pochi chilometri dalla città (Via S.S. Trinità, 69, Castelvetrano).



Fu fondata tra il 1160 e il 1140 ed era il catholikon di un monastero basiliano. 
Si caratterizza all'esterno per tre absidi visibilmente pronunciate che si sviluppano sul lato orientale.
Al centro della struttura si slancia una cupola a sesto rialzato poggiata su un tamburo quadrato alleggerito da quattro finestre laterali e sostenuto a sua volta da arcate a sesto acuto che si innestano su quattro colonne di marmo cipollino e di granito rosso dotate di capitelli decorati con foglie d'acanto. I bracci della croce sono voltati a botte mentre gli incroci angolari sono chiusi da crociere. 


La struttura a croce greca si ripete anche nella cripta il cui accesso, mediante una scala esterna, si trova sul lato meridionale.



Sui lati ovest, nord e sud, si aprono altrettante porte ogivali mentre le finestre sono inserite in archi rincassati che movimentano la superficie.
Questo tipo di struttura con cupola si riscontra in numerose chiese di piccole dimensioni a Palermo, come S. Giovanni dei Lebbrosi e S. Giovanni degli Eremiti.
L’influsso islamico si osserva soprattutto nelle finestre, caratterizzate dalle mashrabiyya, griglie di piccoli pezzi di legno intarsiato, assemblati secondo un disegno geometrico. La riduzione della superficie prodotta dalla griglia accelera il passaggio del vento, che, accompagnato dal contatto con superfici umide, bacini o piatti riempiti d'acqua, contribuisce a diffondere il senso di freschezza all'interno dell’edificio.


La chiesa fu riscoperta e restaurata dall'architetto Giuseppe Patricolo nel 1880 per conto della famiglia Caime Saporito. E' tutt'oggi di proprietà della medesima famiglia – che l'acquistò nel Settecento dai monaci basiliani – e contiene le sepolture di diversi membri della casata castelvetranese. Al centro della nave è infatti collocato il sarcofago di Vincenzo Saporito (1849-1930, deputato del Regno d'Italia) che è la copia esatta di quello di Guglielmo I d'Altavilla nel duomo di Monreale.






lunedì 9 maggio 2022

Abbazia di Sant'Elia, Castel Sant'Elia

 Abbazia di Sant'Elia, Castel Sant'Elia


La basilica di Sant'Elia sorge nella valle Suppentonia, subito al di sotto del borgo di Castel Sant'Elia.

La prima testimonianza dell'esistenza di un insediamento monastico in questo sito ricorre in un documento relativo ad una contesa di proprietà datato 5 giugno 557. Nel documento compaiono i nomi dell'abate Anastasio, di Papa Vigilio, che ricompone la controversia, e del generale Belisario.
Il monastero è nominato inoltre nei Dialoghi di Papa Gregorio Magno (590-604). Il fatto che nei Dialoghi non venga menzionato in riferimento al monastero l'ordine benedettino, fa avanzare l'ipotesi che si trattasse di un insediamento legato piuttosto al monachesimo orientale.
I Dialoghi indicano sant'Anastasio come primo abate del monastero. Alla sua morte – tra il 550 e il 577 – gli successe molto probabilmente il suo amico Nonnoso. I corpi dei due santi furono tumulati nella cripta della basilica dove rimasero fino al 602, quando Papa Gregorio Magno li fece nascondere per evitare fossero profanati dai Longobardi.

L'abside vista dall'esterno

La basilica, fondata tra VIII ed il IX secolo, fu poi ricostruita all’inizio dell’XI secolo. Compare per la prima volta nelle fonti scritte nel 1076 in una citazione di Gregorio VII.
I Benedettini rimasero al monastero di Sant’Elia fino al 1256, quando Alessandro IV lo concesse ai Canonici dell’Ospedale di Santo Spirito in Saxia di Roma, possesso confermato dallo stesso pontefice con una bolla del 14 Luglio 1258.
Nel 1260, i canonici di Santo Spirito eressero un nuovo campanile, come attestato da un’epigrafe, già murata sul lato frontale dello stesso, ora giacente nel camposanto sotto le sue rovine.
Nel 1541 la Camera Apostolica vende il “Castrum S. Eliae” a Pierluigi Farnese; in tale data, probabilmente, il monastero non esisteva più, in quanto, di esso, non se ne fa menzione.
Nel 1607 la caduta di un masso dalla rupe danneggiò la parete laterale sinistra: la riparazione fu curata dai Farnese che possedettero la basilica fra il 1540 e il 1649, quando la Basilica di Sant’Elia e i suoi possedimenti, già inclusi nel ducato di Castro, vennero incamerati dal Governo pontificio in pagamento dei debiti contratti da Ranuccio II Farnese.
Nel 1855 precipitò la torre campanaria, devastando una porzione della navata centrale e di quella laterale sinistra, e la cappella dedicata alla Vergine posta a ridosso dell’entrata laterale destra.

Costruita completamente in tufo, la chiesa ha una facciata a doppio spiovente di semplice struttura e che risale all' XI sec. La parte superiore è caratterizzata da tre sezioni rientranti delimitate in alto da archetti pensili. Una lapide ivi apposta ricorda il restauro di Pio IX.

Presenta nella parte superiore la decorazione delle arcatelle pensili ed ospita tre portali: nel portale sinistro sono reimpiegati frammenti marmorei provenienti dall’antico ciborio, anche quello centrale, che ingloba il precedente del X secolo, è stato realizzato con frammenti di marmo; in alto emergono due teste di arieti: quella di sinistra assiste alla negatività delle scene sottostanti, mentre quella di destra è appagata dalla visione benefica.
Il portale destro presenta un affresco raffigurante la Madonna col Bambino sulla lunetta.  


L'interno, in stile romanico, presenta una pianta a tre navate con transetto, il tutto contenuto in un rettangolo sghembo.
Il transetto e parte della navata centrale presentano un pavimento cosmatesco verosimilmente ascrivibile alla fine del XII e più probabilmente ai primi decenni del XIII secolo.

Nella navata sinistra, si trovano lesene, plutei, transenne, alcuni sarcofagi di età imperiale romana, frammenti di epigrafi.
La navata centrale presenta sette archi per lato, sorretti da sei colonne con differenti capitelli corinzi e da due semi colonne terminali.
Le colonne di cipollino e di bigio che delimitano la navata centrale, provengono quasi certamente dallo spoglio di ville e monumenti romani sono corredate da capitelli, pure di spoglio, corinzi a doppio o triplo giro di foglie, dai quali si differenziano i quattro impiegati sui semipilastri in muratura addossati alla controfacciata e all’arco trionfale.


Affreschi

Nella parete di sinistra, al registro sottotetto, intercalata alle due monofore, inizia la teoria dei Profeti nimbati, che prosegue poi sulla parete di fondo e sul transetto destro, decorazione pittorica omogenea e della stessa mano di quella dell’abside, di cui si dirà in seguito.


Profeti nimbati

Al registro inferiore una scena con ampie lacune e non decifrabile, poi due raffigurazioni tratte dal libro dell’Apocalisse: la Donna vestita di Sole e il Drago rosso affrontato da San Michele Arcangelo (1).



Nella parete di fondo, al registro superiore continua la serie dei Profeti nimbati, parzialmente perduta, ai due registri inferiori inizia quella dei Ventiquattro Vegliardi dell’Apocalisse diretti verso l’Agnello che sollevano in alto coppe d’oro velate: avanzano in processione verso l’abside, sollevando in alto le velate coppe d’oro ripiene di profumi.
Al registro inferiore tre riquadri votivi, raffiguranti Santo Stefano, una Santa non riconosciuta e Santa Lucia.


Il catino absidale è dominato nella parte alta dalla figura del Cristo Redentore con al fianco Pietro e Paolo – che mostrano dei cartigli con passi tratti dalle Sacre Scritture - e ai lati Sant’Elia e Sant’Anastasio (l’interpretazione di quest’ultima figura è controversa, secondo alcuni raffigura Mosè, secondo altri San Nonnoso).
Ai piedi del redentore si legge la scritta:

IOH(annes) ET/ STEFANUS/ FR(a)T(re)S PICTORES/ ROMANI/ ET NICO/LAUS NEPU(s) IOHANNIS

Ed è piuttosto raro trovare firmato un affresco di quest'epoca.

I cinque personaggi si muovono su un verde prato disseminato di fiorellini bianchi, al centro del quale, ai lati del Cristo, sgorgano i quattro fiumi dell'Eden (Pison, Ghicon, Tigri e Eufrate, Genesi, II, 11-14) corredati dalle relative iscrizioni.
Chiude il catino una fascia decorativa con fioroni policromi, che corre anche nell’intradosso dell’arco absidale, profilata da strisce rosse: sul bordo superiore è dipinta in bianco un’iscrizione esortativa, con cui si invitano coloro che entrano nella chiesa a guardare per prima la figura del Cristo (Vos qui intratis me primu(m) respiciatis).

Più in basso, sul tamburo, Dodici agnelli in movimento verso l’Agnello di Dio.
Questi, provenienti dalle città paradisiache (Gerusalemme, identificata dall’iscrizione IERUSA/LEM, e Betlemme, perduta insieme agli ultimi tre agnelli sulla destra) si muovono su un fondo giallo scanditi da esili palmizi a gruppi di tre, per la presenza delle monofore, e convergono verso l’Agnello divino.

La finestra di sinistra, è stata tamponata e dipinta con un San Giovanni Battista nel XVI secolo.
Nella parte inferiore è rappresentato un Corteo di sante - due sole riconoscibili dalle iscrizioni: Caterina e Lucia - che portano corone da offrire ad una figura assisa in trono (probabilmente la Vergine), tra i due arcangeli, Michele e Raffaele, di cui rimangono parte della veste in rosso mattone, del braccio e della mano che impugna la croce astile gemmata.
Alla sinistra del trono è raffigurato, come d’uso di ridotte dimensioni, il committente, un monaco benedettino, in prossimità della figura si legge la scritta: [—]EAT [—] [m]O[n]ACHUS PA[—]. 

L'Arcangelo Michele e, in scala molto ridotta, il monaco fondatore della chiesa

Il transetto destro è anch’esso ricoperto di affreschi, realizzati dagli stessi artisti dell’abside, articolati su quattro registri.
Al registro superiore, sia nella parete frontale che in quella destra, prosegue la lunga teoria di Profeti nimbati, nei due registri inferiori la processione dei Ventiquattro Vegliardi dell’Apocalisse diretti verso l’Agnello.
Segue, al registro più in basso, Morte e funerali dell’abate Anastasio e il dolore dei monaci con l’arcangelo Michele che chiama, dopo gli altri monaci, lo stesso Anastasio.

Il transetto destro è anch’esso ricoperto di affreschi, realizzati dagli stessi artisti dell’abside, articolati su quattro registri.

Al registro superiore, sia nella parete frontale che in quella destra, prosegue la lunga teoria di Profeti nimbati, nei due registri inferiori la processione dei Ventiquattro Vegliardi dell’Apocalisse diretti verso l’Agnello.

Il corteo dei 24 Vegliardi 

Segue, al registro più in basso, Morte e funerali dell’abate Anastasio e il dolore dei monaci con l’arcangelo Michele che chiama, dopo gli altri monaci, lo stesso Anastasio.  

Nella parete di destra del transetto sono raffigurate scene tratte dall'Apocalisse.

Il primo riquadro a sinistra contiene momenti diversi della narrazione e cioè l'apparizione del Figliuolo dell'Uomo a Giovanni fra i sette candelabri (I, 12) , poi nuovamente l'evangelista a colloquio con un angelo, evidente allusione agli scritti inviati alle sette chiese, ed infine la visione dell'Anonimo fra i simboli degli evangelisti e con i ventiquattro vegliardi che pregano dopo aver gettato le corone e lasciato i loro troni (IV, 12 e ss.).
Nel secondo riquadro è l'apertura dei primi quattro sigilli (VI, 1-3) ; ma a causa dello stato frammentario vi si scorge solo l'evangelista a colloquio con l'aquila e i primi due cavalieri.

Il sesto sigillo

Nel registro successivo la narrazione continua con l'apertura del sesto sigillo (VI, 12 e ss.) : Giovanni è sempre ripetuto in basso a sinistra, eretto ed impassibile; al centro, ai quattro angoli della terra, rappresentata come un solido informe, quattro angeli trattengono i venti, figurette ignude di gusto classicheggiante, pronte a soffiare nelle lunghe trombe; l'angelo in alto a mezzo busto ordina di attendere che vengano segnati gli eletti del popolo d'Israele. 
Nel secondo riquadro di questo registro, Giovanni questa volta prende parte attiva alla cerimonia alzando la destra nel gesto dell'acclamazione, l'angelo con il turibolo sta presso l'altare d'oro mentre un altro suona la tromba (Poi venne un altro angelo e si fermò presso l’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi, perché li offrisse, insieme alle preghiere di tutti i santi, sull’altare d’oro, posto davanti al trono. E dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme alle preghiere dei santi. Poi l’angelo prese l’incensiere, lo riempì del fuoco preso dall’altare e lo gettò sulla terra: ne seguirono tuoni, voci, fulmini e scosse di terremoto. I sette angeli, che avevano le sette trombe, si accinsero a suonarle, VIII, 3-6).

La sesta tromba

Nel primo riquadro del registro più basso sembra di poter riconoscere il flagello della sesta tromba (Diceva al sesto angelo, che aveva la tromba: «Libera i quattro angeli incatenati sul grande fiume Eufrate». Furono liberati i quattro angeli, pronti per l’ora, il giorno, il mese e l’anno, al fine di sterminare un terzo dell’umanità. Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. Così vidi nella visione i cavalli e i loro cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo; le teste dei cavalli erano come teste di leoni e dalla loro bocca uscivano fuoco, fumo e zolfo, IX, 14-17). Nel riquadro si vede Giovanni assistere al galoppo dei tre cavalieri che
travolgono gli uomini, uccidendoli in uno squallido paesaggio chiuso al fondo da fantastici picchi.

Nell'ultimo riquadro è narrata invece la settima calamità, l'apparire della bestia e della Donna vestita di sole (XII, I e ss, per il testo cfr. nota 1). La narrazione proseguiva sulla parete opposta, dove un primo riquadro è perduto, ma in un secondo dopo la battaglia il mostro perseguita la donna, cui però sono state date le ali (vedi sopra). Quattro ulteriori riquadri legati a questo ciclo sono del tutto mancanti. 

I dipinti votivi disseminati lungo le navate e nella parte bassa del transetto sinistro sono invece di epoche più tarde.


La cripta

Si accede alla cripta tramite una ripida scala, aperta nel fondo della navatella destra, che introduce in un ambiente voltato a botte, di forma rettangolare e di piccole dimensioni con un’absidiola ricavata nello spessore di muro della parete di fondo, in cui si apre una finestra centinata un tempo schermata da una transenna in stucco, oggi trafugata.

L'ambiente è precedente all’intero complesso chiesastico, probabilmente è parte del primitivo cenobio, sotto l’intonaco di rivestimento sono emersi i resti di una decorazione ad affresco.
Si accede quindi alla Cripta vera e propria, che si può datare al tardo XI secolo e costituiva parte di una struttura di culto anteriore all’attuale.


La pianta ha la forma di un rettangolo absidato, è suddivisa in sei campate coperte a volta a crociera, oggi intonacate, con pesanti sottarchi che si dipartono dai due sostegni centrali per poi ricadere sui pilastri semicilindrici in muratura sormontati da capitelli, addossati al perimetro dell’ambiente, formando così delle specchiature arcuate sulle pareti.
L’intero ambiente è circondato da un basso sedile in muratura, conservato per tutta la sua estensione, tranne che in un tratto nell’abside.
La muratura è di grandi blocchi di tufo, regolarmente squadrati, con poca malta, dotata di due sole aperture, corrispondenti alla fila inferiore di finestre nell’abside: la meridionale mantiene il suo profilo originale di stretta monofora a feritoia strombata verso l’interno, mentre quella centrale è stata chiaramente ampliata. Nella cripta si trova oggi un altare a cassa indicato come tomba di sant'Anastasio.

 

Note


(1) Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.
Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli. (Apocalisse XII,1-9).





domenica 1 maggio 2022

Abbazia di San Clemente, Casauria

Abbazia di San Clemente, Casauria


Secondo il Chronicon Casauriensis - manoscritto compilato intorno alla seconda metà del XII secolo dal monaco Giovanni di Berardo su incarico dell' Abate Leonate - la fondazione dell'abbazia, voluta dall'imperatore e re d'Italia Ludovico II (844-875) quale ex-voto per essere scampato alla congiura del principe longobardo Adelchi ed essere stato liberato dalla prigionia nel ducato di Benevento - risale al settembre 871 e fu inizialmente dedicata alla SS.Trinità. 
Nell'872, su concessione del papa Adriano II, l'imperatore vi fece traslare le reliquie di san Clemente papa e martire (88-97) – martirizzato sotto Traiano - che erano state portate a Roma nell'868 da Cirillo e Metodio. 
Quale fosse la configurazione originaria della chiesa e del complesso abbaziale non è pero noto.
Nel 1176 divenne abate Leonate dei conti di Manuppello (1155-1182), che avviò un ambizioso intervento di ristrutturazione della chiesa che, dopo il sacco saraceno della seconda decade del X secolo e quello del conte normanno di Manoppello Ugo di Malmozzetto (1078) – era andata incontro a una progressiva decadenza. L'abate progettò il portico antistante e l'oratorio soprastante dedicato a san Michele Arcangelo, alla Santa Croce e a Tommaso Becket (che era stato canonizzato nel 1173). I lavori furono terminati sotto il suo successore Giole (1182-1189) che fece anche realizzare la porta bronzea del portale centrale. 
I secoli seguenti videro la progressiva decadenza del cenobio benedettino, non soltanto per cause naturali (ad esempio, per il terremoto del 1348), ma soprattutto a motivo dell’incuria in cui venne abbandonata l’abbazia.

L’edificio è stato ripristinato nei primi decenni del XX secolo sotto la guida di Carlo Ignazio Gavini e, successivamente. alla fine degli anni ’60.

La facciata della chiesa è dunque preceduta da un portico a tre fornici divisi da pilastri rettangolari con colonne addossate su ogni faccia. È coperto da volte a crociera innervate da costoloni prismatici. Fornice centrale a tutto sesto, laterali a sesto acuto. In corrispondenza di questi, tre portali con lunette istoriate. 
I capitelli delle colonne del fornice centrale presentano i Dodici Apostoli, sei per parte. Nel fornice di destra bue di San Luca e aquila di San Giovanni.

Portale centrale

Il portale centrale ha l’archivolto formato da tre archi a ferro di cavallo concentrici e gradualmente rastremanti; nella lunetta rilievo in cinque scomparti: nei due laterali grande rosa, in quello di sinistra sormontata da aquila stringente lepre, in quello centrale San Clemente papa in trono con la destra benedicente e nella sinistra il pastorale, a sinistra San Cornelio Martire con manipolo e san Febo con manipolo e stola, a destra l'Abate Leonate che presenta il modello della chiesa.

particolare dell'architrave

Nel sottostante archistrave sono scolpiti quattro episodi della storia dell'abbazia, in tutti è raffigurato Ludovico II. Da sinistra a destra:
1) a Roma, Papa Adriano II consegna all'imperatore le reliquie di San Clemente;
2) L'imperatore, seguito dal conte Suppone con la spada sguainata, da il beneplacito ai monaci Celso e Beato (1) per trasportare le reliquie dove si sta costruendo l'abbazia;
3) Nella parte destra del rilievo Ludovico II consegna lo scettro all'abate Romano, il primo che resse il monastero;
4) il milite Sisenando e il vescovo di Penne Grimoaldo (871-876) cedono all'imperatore – affiancato dal conte Eribaldo – i diritti sul territorio dell'isola pescariense (qui rappresentato dal cesto di frutta).

Negli stipiti quattro benefattori coronati (probabilmente quattro re d'Italia) a sinistra dall’alto Ugo di Provenza (926-947) e Berengario I (888-924), a destra dall’alto Lotario II (947-950) e Lamberto II (894-898) con in mano un rotolo; le parti della chiesa visibili sopra le loro teste corrispondono probabilmente a quelle che essi concorsero a restaurare. Nei capitelli e sopra le figure dello stipite sinistro sono raffigurati simbolicamente i vizi: Avarizia (uomo con gambe divaricate) e Calunnia (drago che sussurra a un uomo); nel capitello di destra toro cavalcato da figura che si congeda dal male passato, rappresentante la Vittoria della virtù sul vizio.


Ugo di Provenza

Nella lunetta del portale sinistro San Michele Arcangelo uccide il drago. L’imbarcazione sottostante, emersa dallo strato di intonaco durante i lavori di restauro, simbolizza l’ultimo viaggio in cui le anime sono appunto accompagnate dall'arcangelo psicopompo.


Lunetta del portale sinistro

Nella lunetta del portale destro Madonna con Bambino, nell’iconografia dell’hodegetria-protettrice dei viandanti.


Lunetta del portale destro

La parte superiore della facciata, sopra l’attico coronato da cornici e da archetti pensili, presenta quattro bifore, due architravate e due leggermente ogivali, provenienti dall'antico monastero e qui ricollocate nel 1448. 

A sinistra del portico si notano i resti della originaria torre campanaria mentre a destra si trova il convento ricostruito in epoca settecentesca.  


Interno: presenta una pianta a croce latina con bracci del transetto poco sporgenti, tre navate longitudinali divise da sette arcate ogivali su pilastri rettangolari, eccetto il primo e il terzo di sinistra, cruciformi e due con mezze colonne addossate. La navata mediana è illuminata da tre monofore per lato. L’interno si conclude con un transetto sopraelevato e abside semicircolare; copertura a capriate realizzata con mattoni dipinti a losanghe.

Nel presbiterio l'altare maggiore è costituito da un sarcofago romano-cristiano figurato e strigilato (fine IV, inizio V sec.).


Il ciborio di epoca quattrocentesca è sostenuto da quattro colonne che poggiano su una predella con un’iscrizione che ricorda che insieme ai resti di S. Clemente sono conservati nella chiesa anche quelli di SS. Pietro e Paolo (pur dubitando dell’affermazione contenuta sul gradino, si deve comunque ricordare che nel Medioevo l’affermarsi del culto per la Vergine e i Santi, implica come conseguenza che le loro reliquie comincino ad essere spartite ). I capitelli di tre colonne presentano ornamentazioni a palma, il quarto ha invece una composizione di foglie massicce in quattro ordini. Il prospetto (in cui l’arco trilobato presenta ai margini un’Annunciazione) è scandito da sette formelle, con la Vergine fra due angeli in quelle centrali e i simboli dei quattro evangelisti (l'angelo, il leone, l'aquila, il bue) nelle altre. Nell’arco trilobato di sinistra una testa con tre volti (la Trinità), da due dei quali escono Adamo ed Eva: questo lato privo di sculture fu completato ai tempi del restauro del 1920 da Cesare Ventura. Nell’arco di destra due angeli reggono uno stemma. Nella facciata posteriore è invece ripetuta la storia della fondazione dell’abbazia, con gli stessi caratteri che si ritrovano sull’architrave del portale maggiore. Il ciborio costruito, eccetto le colonne, con stucco durissimo termina con una piramide ottagonale. All’interno della cupola spicca, su fondo celeste, un Cristo Pantocrator.


Nella navata sinistra è collocato dal 1931 il sarcofago marmoreo del vescovo di Boiano, Berardo Napoleoni (1364-1390), recuperato dalla chiesa madre di Castiglione a Casauria. E' opera quattrocentesca che ha al centro del lato più lungo della cassa uno stemma araldico( forse dei Brancaccio).

Note

(1) I due monaci non sono affatto figure di secondo piano: Celso era il praepositus (l'amministratore dei beni dell'abbazia) e Beato il secondo abate. Il conte Suppone II, membro dell'influente famiglia dei Supponidi, rappresentava invece la massima autorità civile (simboleggiata dalla spada che impugna) in assenza dell'imperatore.



domenica 3 aprile 2022

Chiesa di Santa Maria ad cryptas, Fossa

 Santa Maria ad Cryptas, Fossa

La chiesa di Santa Maria ad Cryptas (o delle Grotte) si trova a circa un chilometro dal centro del paese di Fossa e a qualche chilometro dal monastero di Santo Spirito ad Ocre, dal quale a lungo dipese. Presumibilmente la chiesa è stata costruita una prima volta nel IX o X secolo sui i resti di un tempio di Vesta trasformati nella cripta dalla quale ne derivò il nome.

Sul precedente tempio quattro secoli dopo venne costruito un edificio in stile gotico-cistercense da parte di maestranze benedettine. La sua costruzione su un pendio ha reso successivamente necessarie opere di consolidamento con un muro di controspinta interrato lungo tutto il lato a valle e due piloni di appoggio agli estremi della parete laterale della chiesa. Tra le pietre della muratura esterna si notano resti provenienti dagli edifici della città romana di Aveia, sulla quale fu successivamente costruita l'attuale Fossa.

La facciata principale sul lato ovest è molto semplice ed ha una struttura a capanna con un prolungamento sul lato sinistro per l'aggiunta del rinforzo sulla parete a valle. Il portale gotico a sesto acuto è sormontato da una grande finestra rettangolare. I due pilastri sono rivestiti ai lati da colonnine con capitelli decorati con rosoni, fiori e palme. I capitelli sostengono dei leoni (quello di destra è andato perduto) ed un terzo si trova sopra l'arco del portale. Nella lunetta si notano i resti di un affresco del quale restano poche tracce.

La finestra al di sopra del portale risulta non in linea con lo stile della facciata e presumibilmente è stata realizzata in tempi più recenti.

La facciata posteriore è caratterizzata da un frontone triangolare e presenta due aperture, la prima in basso lunga e stretta a doppia strombatura, mentre la seconda in alto piccola quadrata. Altre due finestre a doppia strombatura, lunghe e strette si trovano su ciascun lato della chiesa.

L'interno si presenta a navata unica, con abside terminale e volta a botte (la copertura attuale è però a capriate) innervata da costoloni.

Nella decorazione parietale si distinguono due diverse fasi: una realizzata contemporaneamente alla fondazione della chiesa ed opera di frescanti bizantino-cassinesi (abside, parete meridionale, arco trionfale e parete di contro-facciata) l'altra, opera di frescanti toscani protogiotteschi che ridecorarono la parete settentrionale crollata a seguito del terremoto del 1313 e dedicati al ciclo della Vergine.
Il ciclo bizantino-cassinese inizia dalla parete destra dell'arco trionfale per proseguire sulla parte meridionale. I primi episodi sono dedicati alla Creazione e iniziano dal quarto giorno, con un giovane Dio senza barba che separa il sole dalla luna; segue poi la creazione degli Angeli, degli animali, degli uccelli. Infine la creazione dell'uomo, della donna e la cacciata dal Paradiso Terrestre.

Nella seconda campata l'unico affresco tuttora leggibile raffigura i sei Profeti, intenti a proclamare il messaggio scritto in latino che portano nella mano destra. Molti dipinti presenti in quest'area sono andati perduti a causa della costruzione dell'altare in pietra, realizzato nel 1597, recante lo stemma di Fossa.


Al centro dell'ultima campata di destra, due santi militari affrontati: San Giorgio – ben riconoscibile nell'atto di trafiggere il drago - e forse San Menas (1) e, sul registro più basso, la rappresentazione degli "Ultimi sei mesi dell'anno" (gli altri sei dovevano essere rappresentati sulla parete opposta), interpretati da sei diversi personaggi: ogni mese rappresenta una specifica attività, da compiere in quel periodo; e quindi a Luglio la mietitura, Agosto la battitura del grano, Settembre la raccolta di frutti, Ottobre la pigiatura dell'uva, Novembre la semina e Dicembre lo sgozzamento del maiale. Nel registro più basso troviamo raffigurati Abramo, Isacco e Giacobbe.

Giudizio universale: è raffigurato nella controfacciata con un proseguimento sulla parete di destra, nel primo registro in basso.


Nel registro più alto troviamo al centro il Cristo in trono racchiuso in una mandorla e fiancheggiato dalla Vergine e da San Giovanni. Nel registro sottostante gli Apostoli stanti divisi in due gruppi di sei dal finestrone centrale; nel terzo registro a sinistra la schiera degli Eletti a sinistra e, a destra quella dei Reprobi, ognuna sopravanzata da un angelo che dispiega un cartiglio. Al centro tra i due angeli c’è un altro personaggio frutto di un’aggiunta successiva; il quarto registro, più stretto degli altri, è occupato dai sepolcri che si aprono per lasciar uscire i corpi dei risorti; nell'ultimo registro, a sinistra del portale d'ingresso l'Arcangelo Michele che pesa le anime (psicostasia) mentre a destra del portale è raffigurato l'Inferno. Sulla parete meridionale, adiacenti al riquadro della psicostasia, sono raffigurati Abramo, Isacco e Giacobbe con in grembo le anime dei Giusti.

Tornando alla parete dell'arco trionfale, a sinistra del riquadro che da' inizio al ciclo della Genesi – il Creatore che separa il giorno dalla notte - troviamo la scena dell'Adorazione dei Magi che è invece l'ultima del ciclo dell'Infanzia di Cristo che si svolgeva sulla parete settentrionale e qui si concludeva.

Nel registro più basso dell'abside si svolge su tre lati il ciclo della Passione. 
Le pitture del lato destro sono quasi completamente perdute mentre a sinistra troviamo l'Ultima cena e il Bacio di Giuda. 

Ultima cena

Nella parete di fondo, al centro, la Crocefissione con a sinistra la Flagellazione e a destra la Deposizione nella tomba. Al di sotto di questo pannello sono raffigurati il donatore e la sua famiglia (ben dieci personaggi). Recentemente D.Piccirilli ha identificato il capostipite nel cavaliere provenzale Morel de Saurs che, sceso in Italia al seguito di Carlo I d'Angiò, resse il feudo di Ocre dal 1269 al 1283.

I donatori
                       
Nella scena della Deposizione nel sepolcro, il corpo bendato di Cristo, dopo essere stato posato sul pittoresco sepolcro in pietra, da Giuseppe di Arimatea e Nicodemo al margine della scena, sta per essere richiuso; San Giovanni avvicina la mano del Maestro al suo viso, a cercare una carezza mentre le tre donne, provate da dolore, si stringono la veste al seno.


Deposizione nel sepolcro

Alcuni studiosi ritengono che chi ha dipinto gli affreschi di Santa Maria ad Cryptas abbia avuto modo di osservare molto da vicino la Sindone (2), tanto da poterne addirittura notare delle particolarità come il pollice della mano destra piegato innaturalmente verso il basso (la lesione del nervo che muove il pollice, provocata dal chiodo della crocifissione, lo fa piegare verso l’interno della mano).

Nella scene della Flagellazione, Crocifissione e Deposizione troviamo ricorrere altri caratteri molto particolari che sembrano riconducibili solo alla fisionomia del Cristo come appare nella Sindone. Ad esempio il fatto che il corpo di Cristo denoti la figura di un uomo molto alto, decisamente troppo per l’epoca, cosi come sembrerebbe risultare anche dal Sacro sudario (3); inoltre la barba è sempre raffigurata bipartita a due punte come anche nel volto impresso nella Sindone.


Flagellazione

Nella Crocifissione inoltre, il Cristo è raffigurato con il capo flesso a destra e il corpo incurvato e spostato da un lato. Nel Sacro Lino, infatti, sembra di vedere una gamba più corta dell’altra. Si tratta della sinistra, rimasta più flessa sulla croce per la sovrapposizione del piede sinistro sul destro e così fissata dalla rigidità cadaverica. Sembra che il frescante, convinto che il Cristo avesse una gamba più corta, abbia impresso al bacino una forte inclinazione per ottenere poi che i piedi fossero inchiodati alla stessa altezza.   


Crocefissione

Anche alcune caratteristiche del pannello in cui sono raffigurati i donatori sembrano rimandare ad una committenza templare. Il fondo, ad esempio, è partito in bianco e nero così come lo stendardo dell'Ordine - il così detto beauceant - mentre la croce sullo scudo del capostipite è in campo blu che era il colore adottato dai templari italiani per la croce.

Altri rimandi all'Ordine si riscontrano nel pannello dove sono raffigurati i due santi militari, San Giorgio e San Mena, che appaiono abbigliati come i cavalieri di Terrasanta: il primo mostra lo scudo crociato mentre il secondo porta il mantello bianco dei templari.

L'icona della Vergine galactofora

Un tabernacolo ligneo con due ante, datato 1283 e dipinto a tempera, era collocato in fondo alla navata laterale sinistra – oggi al di sotto di una loggia aggiunta nel XVI secolo - all’interno di un’edicola marmorea, dove ora è stata posizionata una sua riproduzione (l'originale è attualmente conservato presso il Museo dell'Aquila). 



Il tabernacolo è costituito da una tavola principale, nella quale è raffigurata la Vergine che allatta il Bambino, e da due ante laterali, notevolmente compromesse, sulle quali sono raffigurate storie cristologiche. Il fondo è delimitato perimetralmente da una fascia blu e rossa, sulla quale sono rappresentate dei girali fogliacei, mentre nella zona centrale sono raffigurati dei motivi circolari su uno sfondo attualmente verde scuro. La Vergine è assisa su un trono senza spalliera né cuscini. Il trono ha i lati decorati con elementi geometrici e floreali chiari su sfondo rosso ed ha un suppedaneo rialzato di color verde scuro sulla quale corre perimetralmente un’iscrizione a lettere gotiche rosse su campo dorato. L’iscrizione riporta la data di esecuzione e la firma dell’autore: A(NNO) D(OMINI) MCC OCTOGESIMO III GENTIL(IS) D(E) ROCCA ME PI(NXIT).
La Vergine è rappresentata con una tunica blu, con cintura, polsi e collo rosso con decorazioni d’oro, sopra la quale è posizionato un lungo mantello rosso che le copre anche le gambe. Sul capo e sulle spalle le cade un velo blu decorato, una rielaborazione del classico maphorion bizantino. La bicromia rosso/oro è presente in tutte le decorazioni dell’opera.
Il Bambino è raffigurato nell’atto di benedire alla latina con la mano destra, mentre nella sinistra regge un libro sul quale è posta l’iscrizione, sempre a lettere gotiche rosse, «Ego Sum Lux Mundi Qui Sequitur».  

Gli affreschi della parete settentrionale, come già accennato, sono frutto della ridecorazione della parete a seguito del crollo del 1313 e sviluppano le scene del ciclo della Vergine. Inoltre, i riquadri del registro più basso appaiono ricoperti da affreschi realizzati nel XVI secolo.
Al centro della parete si trova un altare ad edicola entro cui è rappresentata un'Annunciazione datata 1486 e firmata “Sebastiano” (identificato con Sebastiano di Cola da Casentino).


Note:

(1) Alcune lettere riferibili a San Menas sembrano ancora leggibili nell'iscrizione ma non si ravvisano altre connotazioni utili. La figura è stata anche interpretata come San Martino o San Maurizio.

(2) Secondo alcuni la Sindone, trafugata dalla Cappella della Vergine del Faro di Costantinopoli durante il sacco crociato del 1204 da Ottone de la Roche, sarebbe stata custodita dai Templari per un lungo periodo. Ricordiamo però che la prima notizia riferita con certezza alla Sindone che oggi si trova a Torino risale al 1353 (secondo altri al 1355). (cfr. anche scheda La cacciata del duca di Atene dell'Orcagna)

(3) Non è facile, per una serie di ragioni, determinare con assoluta precisione l'altezza dell'uomo della Sindone, che dovrebbe comunque aggirarsi attorno ai 180 cm. L'altezza media dell'uomo dell'epoca era invece di circa 165 cm.