mercoledì 25 febbraio 2015

La profezia dell'AIMA

La profezia dell'AIMA

Alessio I Comneno offre al Cristo benedicente una copia del manoscritto, 1100 c.ca
da un manoscritto miniato della Panoplia dogmatica di Eutimio Zigabeno commissionato dallo stesso imperatore.
Biblioteca Apostolica Vaticana, cod. Vat. gr. 666, f. 2v.
 
La cosiddetta profezia del sangue (αίμα=sangue) si diffuse durante il regno di Manuele I Comneno (1143-1180) tra la fine dgli anni '50 e l'inizio dei '60. L'imperatore avrebbe chiesto ad un veggente quanto sarebbe durata la dinastia fondata da Alessio I Comneno (1081-1118) e questi avrebbe risposto con l'acrostico AIMA, le cui prime tre lettere costituivano le iniziali dei primi tre imperatori di stirpe Comnena che si erano succeduti sul trono - Alessio I, Giovanni (Ioannes) II e Manuele I – l'ultima quella di chi gli sarebbe succeduto.

Giovanni II Comneno, 1118
chiesa di Santa Sofia, Costantinopoli

Secondo Niceta Coniate, quando nel 1169 nacque il suo unico figlio maschio, Manuele I lo chiamò Alessio non tanto in omaggio al suo illustre antenato quanto per rispettare la profezia. Nel 1180, alla morte del padre, il figlio Alessio II, appena undicenne, gli successe sotto la tutela di un consiglio di reggenza dominato dalla madre, Maria di Antiochia e del suo amante, il protosebastos suo cugino Alessio Comneno. Tre anni dopo fu però rovesciato e fatto strangolare dallo zio Andronico I Comeneno (1183-1185), l'iniziale del cui nome confermava l'esattezza della profezia e di cui, per i numerosi omicidi perpetrati per mantenersi al potere, si può ben dire che regnò nel sangue.
Andronico ritenne quindi di aver dato inizio ad una nuova sequenza dell'AIMA e per lungo tempo ebbe il timore di essere rovesciato da Isacco Comneno, il governatore di Cipro che, dopo l'assassinio di Alessio II, di cui era cugino di I° grado, si era autoproclamato imperatore dell'isola e aveva rivendicato per sé il titolo di basileus (1184).
Nel 1185 Andronico fu invece spodestato da Isacco II Angelo e barbaramente trucidato dalla popolazione di Costantinopoli ponendo termine nel sangue alla dinastia comnena e alla sequenza dell'AIMA (1).

Note:

(1) Per la tragica fine di Andronico vedi scheda De Andronico Costantinopolitano Imperatore di Giovanni Boccaccio.

lunedì 9 febbraio 2015

La controversia esicasta

La controversia esicasta


Nel XIV secolo la controversia esicasta – che andò ad innestarsi in un conflitto dinastico e sociale rapidamente sfociato in guerra civile – fu l'ultima grande controversia religiosa che divise l'opinione pubblica bizantina prima della caduta dell'impero.
Il termine esicasmo designa in prima accezione un aspetto della vita monastica: l'ascesi condotta nella solitudine assoluta o all'interno di un gruppo ristretto. Rispetto all'eremitismo, il termine aggiunge una sfumatura di significato centrata sul silenzio, la solitudine (ἡσυχία), la tranquillità e la pace che caratterizzano l'atteggiamento interiore dell'asceta.

Gregorio Palamas, il più importante teologo esicasta, nacque nel 1296 in una nobile famiglia dell'Asia minore (il padre Costantino era membro del Senato) trasferitasi a Costantinopoli.
Rimasto orfano di padre in tenerà età, fu avviato, con gli auspici dello stesso imperatore Andronico II, agli studi di retorica e filosofia dal mesazon Teodoro Metochite, con la prospettiva d'intraprendere una brillante carriera nell'amministrazione imperiale.
Nel 1316 Gregorio decise però d'interrompere la carriera ed abbracciò la vita monastica, convincendo la madre, i due fratelli, le due sorelle e tutta la servitù a fare altrettanto. Raggiunte le comunità monastiche del monte Athos, Gregorio entrò dapprima nel monastero di Vatopedi sotto la guida spirituale del monaco esicasta Nicodemo e quindi, dopo tre anni, si trasferì nella Grande Lavra di San Atanasio l'athonita. Trascorsi altri tre anni scelse la vita eremitica e si trasferì in una località chiamata Glossia, sempre alle dipendenze della Grande Lavra, dove fu iniziato alla pratica esicasta della preghiera del cuore.

Gregorio Palamas
Cappella dei santi Anargiri, Monte Athos, 1371

Nel 1326, essendo il monte Athos direttamente minacciato dai turchi, si trasferì a Tessalonica dove fu ordinato sacerdote. Fondò quindi un eremitaggio nella città di Beroia, dove per cinque anni praticò un'ascesi molto rigorosa, accettando di condividere con altri monaci tutti i sacramenti e le feste liturgiche. Nel 1331, sotto l'incalzare delle armate serbe, fu costretto a lasciare anche questo luogo e fece ritorno al monte Athos dove si stabilì nell'eremitaggio di san Saba (San Sava di Serbia).
Tra il 1335 ed il 1336 fu scelto come igoumeno del monastero athonita di Esfigmenu ma l'insofferenza dei quasi duecento monaci del cenobio per il suo zelo riformatore lo costrinse alle dimissioni.
Nel 1343, nel corso di un viaggio a Costantinopoli, viene fatto arrestare e imprigionare dal patriarca Giovanni XIV Caleca che lo accusa tra l'altro di essere colluso con l'antimperatore Giovanni VI Cantacuzeno.
Nel 1347 viene scarcerato e nominato arcivescovo di Tessalonica dal nuovo patriarca Isidoro Buchiras ma, impedito dagli zeloti a prendere possesso della cattedra vescovile, verrà insediato solo nel 1350, entrando in città il 3 febbraio al fianco dei due imperatori – Giovanni V Paleologo e Giovanni VI Cantacuzeno - provvisoriamente riconciliati (cfr. l'affresco nella chiesa di San Demetrio a Tessalonica).
Gregorio Palamas si spense a Tessalonica il 14 novembre del 1359 e fu canonizzato nel 1368 dal patriarca Filoteo Kokkinos che sancì così la definitiva vittoria della dottrina esicasta.

Barlaam di Calabria (al secolo Bernardo Massari) era nato a Seminara nel 1290 c.ca ed aveva trascorso la sua giovinezza nel monastero basiliano di S.Elia a Cupessino (l'attuale Cubasina, contrada di Galatro) dove aveva compiuto gli studi in teologia ed era stato ordinato sacerdote.
Nel 1326-1327, dopo aver soggiornato ad Arta e a Tessalonica, raggiunse Costantinopoli dove s'introdusse rapidamente nei circoli accademici ed ecclesiastici più vicini alla corte, conquistandosi i favori dello stesso Andronico III, che gli affidò una cattedra di Teologia all'università, e dell'imperatrice Anna di Savoia.
Nel 1334 fu scelto dal patriarca Giovanni Caleca (1334-1347) per rappresentare la chiesa ortodossa negli incontri con i legati papali – Francesco da Camerino, arcivescovo di Vosprum, e Riccardo, vescovo di Cherson – inviati a Costantinopoli per trattare l'unione delle chiese. Il principale ostacolo dottrinale all'unione era rappresentato come noto dalla cosiddetta “clausola del filioque”, se cioè lo Spirito santo proceda dal Padre e dal Figlio (qui ex Patre Filioque procedit) – come nella teologia latina – o soltanto dal Padre – come nella teologia ortodossa.
Nel tentativo di dirimere la controversia del filioque, Barlaam fece leva sull'argomento dell'inconoscibilità di Dio. Se la teologia non poteva razionalmente dimostrare nulla a proposito di Dio, anche la controversia del filioque non poteva essere risolta definitivamente né in un senso né nell'altro.
Lo sviluppo di questa argomentazione lo mise però in collisione con la dottrina esicasta. Questi infatti ritenevano che attraverso la pratica della cosiddetta preghiera del cuore - una tecnica psico-somatica in cui attraverso la respirazione, la concentrazione della mente (che doveva liberarsi di ogni immagine) e la ripetizione costante delle parole "Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me” (l'esichia era infatti fisica prima che spirituale) – il monaco potesse accedere alla visione della luce increata (manifestazione diretta dell'energia divina), la stessa che Pietro, Giovanni e Giacomo videro attorno al Cristo sul monte Tabor (e pertanto detta anche luce taborica) (1).

Nei due Trattati apodittici (1335-1336) Palamas attacca quindi il modo di procedere di Barlaam nei confronti della clausola del filioque.
Incuriosito da questo attacco, Barlaam si mise a studiare la teoria e la prassi degli esicasti (2) e nel 1337 li accusa apertamente di eresia, presentando al patriarca di Costantinopoli Giovanni XIV Caleca (1334-1347) il suo scritto Contro i Massaliani in cui la dottrina palamita viene assimilata a precedenti eresie e gli esicasti vengono chiamati omphalopsichoi (coloro che ritengono che l'anima risieda nell'ombelico), irridendo alla loro consuetudine di reclinare il mento e fissare lo sguardo sull'ombelico durante la preghiera del cuore (3) .
Palamas rispose dapprima con un'opera polemica, le Triadi in difesa dei santi esicasti, e quindi con una dichiarazione teologica da lui preparata e sottoscritta da tutti gli igoumeni del Monte Athos (nota come Tomo Aghioritico), con cui dimostrava come gli argomenti di Barlaam fossero sostanzialmente estranei alla fede ortodossa (4).
Il 10 giugno 1341, un concilio (5) tenutosi in santa Sofia e presieduto da Andronico III condanna formalmente le tesi di Barlaam ed il monaco è costretto a fare pubblica ammenda agli esicasti.
Il patriarca pubblica un'enciclica in cui condanna le tesi di Barlaam ed ordina la distruzione di tutti i suoi scritti.
Dopo la morte di Andronico III (15 giugno), che era anche il suo principale protettore, Barlaam si convince che la battaglia è ormai perduta e ritorna in Calabria, dove si converte al credo cattolico e viene nominato vescovo di Gerace (ottobre 1342).

Dopo la dipartita di Barlaam, la guida della lotta all'esicasmo fu assunta dal monaco Gregorio Acindino (6), ma un nuovo concilio (agosto 1341) indetto alla presenza del mega domestikos Giovanni Cantacuzeno condannò anche la sua posizione.
A questo punto alla controversia religiosa si sovrappose la guerra civile. Approfittando di una temporanea assenza dalla capitale di Giovanni Cantacuzeno, che era stato il miglior amico ed il principale sostenitore di Andronico III, la fazione a lui avversa lo estromise dalla reggenza dell'erede di Andronico – Giovanni V, all'epoca appena decenne -che fu affidata all'imperatrice madre, Anna di Savoia, ed al patriarca Giovanni Caleca. Alessio Apocauco, l'uomo forte della reggenza, ricoprì la carica di eparca di Costantinopoli. Cantacuzeno rispose alla sfida facendosi proclamare imperatore a Didimoteico con il nome di Giovanni VI nel mese di ottobre.
Cantacuzeno era il rappresentante dell'aristocrazia terriera che si schierò dalla sua parte, mentre Apocauco seppe mobilitare a favore della reggenza le masse popolari. Anche se in maniera meno netta e schematica, gli esicasti si schierarono dalla parte di Cantacuzeno, mentre i loro oppositori presero le parti della reggenza (7).
Ragioni politiche spinsero quindi il patriarca Giovanni Caleca ad appoggiare le tesi antipalamite di Acindino che tra il 1342 ed il 1344 pubblicò sette trattati per confutare la dottina esicasta. Nonostante la precedente condanna il patriarca lo ordinò inoltre sacerdote, procedendo anche all'ordinazione di molti vescovi antipalamiti e, all'apice del suo potere, fece dapprima imprigionare Palamas accusandolo di collusione con l'usurpatore Giovanni Cantacuzeno e quindi, con il concilio del 4 novembre 1344, lo fece scomunicare, ordinando la distruzione di tutti i suoi scritti successivi al 1341.
Nel 1346 l'imperatrice madre, Anna di Savoia, cominciò ad interessarsi attivamente alla controversia esicasta e a prendere le distanze dall'operato del patriarca che, soprattutto dopo l'ordinazione di Acindino, era divenuto inviso alla popolazione. Nel sinodo convocato il 1 febbraio del 1347, con Cantacuzeno ormai alle porte della città, nell'estremo tentativo di salvare la situazione, l'imperatrice fece deporre il patriarca, sostituendolo con Isidoro Buchiras, un discepolo di Palamas, che era stato anch'egli condannato per eresia nel concilio del 1344. Il nuovo patriarca fece immediatamente liberare Palamas e successivamente l'ordinò arcivescovo di Tessalonica, mentre Giovanni Caleca fu mandato in esilio a Didimoteico.
L'8 febbraio, lo stesso giorno in cui venne siglato l'accordo tra Cantacuzeno e la reggenza, i vescovi antipalamiti si riunirono in un sinodo in cui rifiutarono di riconoscere il nuovo patriarca e scomunicarono Palamas.

Giovanni VI Cantacuzeno presiede il concilio del 27 maggio 1351
da Raccolta delle opere teologiche di Giovanni Cantacuzeno
manoscritto miniato, 1370
Biblioteca Nazionale Francese, Parigi

Il concilio del 1351 (27 maggio-9 giugno), presieduto dallo stesso imperatore Giovanni VI Cantacuzeno nel palazzo delle Blachernae, e convocato dal nuovo patriarca Callisto I – un monaco athonita succeduto ad Isidoro morto nel giugno dell'anno precedente – pose fine alla controversia esicasta segnando il trionfo della teologia palamita, anche se l'opposizione, guidata adesso dal teologo Niceforo Gregoras, fu brutalmente intimidita dalle minaccie dello stesso imperatore. Il sinodo ribadì la scomunica per Barlaam e Acindino mentre i vescovi di Efeso e Ganos furono sconsacrati e arrestati, lo stesso Niceforo Gregoras fu posto agli arresti domiciliari nel suo monastero di Chora. La dottrina di Palamas veniva invece accettata come teologia ufficiale della chiesa ortodossa.

Note:

(1) Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola,Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». (Matteo, XVII, 1-5).

(2) Secondo alcuni dei suoi detrattori, Barlaam parlò soltanto con un esicasta e per giunta ignorante.

(3) Tra le altre deviazioni dottrinali, l'eresia messaliana (dall'aramaico metzalin=orante) – diffusasi soprattutto in Mesopotamia tra il IV e V secolo e condannata dal Concilio di Efeso (431) - rivendicava per l'uomo di Dio, che avesse potenziato con la preghiera continua le proprie facoltà spirituali, la possibilità di vedere materialmente l'essenza divina inabitante in sé.

(4) All'argomento barlaamita dell'inconoscibilità di Dio, Palamas contrappose la distinzione tra essenza e energia divina. La prima rimaneva inconoscibile alla ragione, mentre la seconda, in alcune sue manifestazioni come la luce taborica, poteva essere fisicamente percepita dall'asceta.

(5) Secondo alcuni autori ortodossi i sei concili patriarcali che si tennero a Costantinopoli dal 1341 al 1351 per dirimere la controversia esicasta - conosciuti anche come Concili palamiti - formerebbero nell'insieme il V Concilio di Costantinopoli.

(6) Nato nel 1300 c.ca ed originario della città di Prilapos nell'odierna Macedonia, Gregorio Acindino (è ignoto il suo nome secolare. Gregorio infatti è il suo nome monastico, mentre Acindino=irreprensibile è un soprannome da lui adottato) compì i suoi studi di retorica, filosofia antica e letteratura cristiana a Tessalonica. Nel 1320 conobbe Palamas che visitò nel 1331 sul monte Athos chiedendogli di iniziarlo alla sua pratica spirituale. L'anno successivo tornò a Tessalonica dove conobbe Barlaam e a partire dal 1333 soggiornò prevalentemente nella capitale. Fino al 1341 sostenne la dottrina palamita, scrivendo un'opera in cinque libri in cui attaccava le critiche all'esicasmo avanzate da Barlaam, dall'altro canto cercò anche d'intraprendere una mediazione tra le due posizioni. Dopo il ritorno di Barlaam in occidente, si avvicinò al patriarca Giovanni Caleca e cambiò radicalmente fronte, divenendo il più determinato antagonista di Palamas. Per questa giravolta, Palamas lo definisce nei suoi scritti un "camaleonte". Il concilio del febbraio 1347 condannò definitivamente le sue tesi ed Acindino venne esiliato. Morì l'anno successivo probabilmente nel corso dell'epidemia di peste prima che il sinodo del 28 maggio 1351 lo scomunicasse formalmente.
 
(7) Sul piano pratico le posizioni esicaste sostenevano quelle della classe dominante contro i ceti più deboli. L'esicasmo era infatti una forma di autoestraniazione dal consesso sociale sostenuta però da un forte potere economico quale era diventato il monachesimo istituzionalizzato (le rendite dei conventi sfuggivano alla tassazione e tutti quelli che lavoravano sulle loro terre erano esentati dal servizio militare).